Politica

Il coraggio del dubbio

Di pacifisti senza se e senza ma, per i quali la non-violenza è principio assoluto e non negoziabile di fronte a qualunque scenario, ce ne sono davvero pochi in giro. Io non sono fra questi. Io sono per un pacifismo come ideale regolatore, come orizzonte a cui tendere, come principio a cui ispirarsi, senza che diventi benda sugli occhi davanti alla realtà del qui e ora. Tolta la davvero piccola minoranza dei pacifisti assoluti, gli argomenti della stragrande maggioranza dei contrari all’intervento militare in Libia si riducono fondamentalmente a uno: non ci fidiamo. Sono argomenti che si potrebbero sintetizzare così: se solo fossimo completamente sicuri che si tratta di interventi il cui obiettivo reale è la protezione dei civili e la promozione di processi democratici, allora saremmo anche disponibili a mettere in discussione il pacifismo, ma poiché dietro c’è sempre altro (il petrolio, il pericolo islamista, complicati giochi geopolitici…), allora qualunque intervento militare è da condannare.

Che i potenti del mondo non abbiano a cuore i diritti umani, la democrazia, la libertà dei popoli che vivono sotto dittature, più o meno esplicite, è verità nota persino ai bambini. Il problema è valutare se le ragioni del denaro, del petrolio, del potere possano talvolta, per qualche auspicabile eterogenesi dei fini, coincidere con quelle della libertà e della democrazia. Nel caso dell’ultima guerra in Iraq, per esempio, era evidente che il pretesto con cui si è dato inizio alla guerra – la fantomatica presenza di armi di distruzione di massa mai trovate – era, appunto, solo un pretesto per l’occupazione di quel paese e per la cacciata di un dittatore che non faceva più comodo ai potenti del mondo. Nel caso della Libia il «pretesto» per l’attacco è stato un imminente e potenzialmente enorme massacro dei ribelli di Bengasi da parte di Gheddafi. Ovviamente la storia non si fa con i se, ma il primo attacco dei francesi di sabato scorso potrebbe davvero aver bloccato i piani di Gheddafi, costingendolo a rimandare il bagno di sangue nella capitale della rivolta. E che si possa persino pensare che i francesi non attendevano altro che una buona occasione per giustificare un attacco, non cambia il fatto che questa occasione non se la sono creati da soli.

C’erano altri metodi? Molto probabilmente sì, soprattutto se si fosse deciso di intervenire molto prima. Il dubbio che questo tipo di intervento militare – tutto concentrato sui bombardamenti aerei, che spesso non si rivelano così chirurgici come la propaganda di guerra vuole far credere – non sia il tipo di intervento più adatto alla situazione è forte. Come anche la tragica sensazione che le conseguenze di questo intervento potrebbero essere persino opposte a quelle proclamate (e affinché questo non accada sarà necessario un livello di vigilanza altissimo). Esprimere giudizi netti su situazioni così complesse è impresa davvero ardua. Il dubbio è un macigno pesantissimo da portare, le certezze sono leggere come piume e fanno sentire forti. Beati coloro che vivono di certezze.

7 Commenti

  • ciao Cinzia,

    aspettavo un tuo parere in merito a questa situazione.
    La guerra, per qualsiasi motivo si combatta, è sempre una parte triste della storia del mondo.
    Tra tutte le considerazioni che mi vengono in mente ce n'è una che predomina: mi disgusta profondamente l'atteggiamento di quei paesi che, travestiti da angeli benefattori, vanno a "liberare" i poveri oppressi e a portare la democrazia.
    Credo che ogni popolo debba avere il diritto di poter decidere della propria sorte, nel bene e nel male, autonomamente.

  • Condivido l'impianto fondamentale del suo discorso e dunque molte, anche se non tutte, delle sue affermazioni. Ho linkato il suo intervento alla fine dell'ultimo post inserito nel mio blog. Grazie per il suo spunto di riflessione 🙂

  • Caro Davide,
    il tuo ragionamento, che si ispira a principi nobili, nasconde un pericolosissimo rischio: quello di dividere i popoli in popoli di serie A – quelli capaci di iniziare e di portare a termine le proprie battaglie democratiche, e popoli di serie B – che per i motivi più vari non ce la fanno, e soccombono al dittatore di turno. L'idea che ognuno si debba arrangiare e, se ce la fa, bene, sennò noi non dobbiamo comunque impicciarci contiene una sfumatura di discriminazione. Anche l'affermazione, sottintesa al tuo ragionamento, "noi non abbiamo niente da insegnare" non mi trova del tutto d'accordo: ci sono paesi nei quali io non vivrei mai e ai quali preferisco di gran lunga la pur fragilissima democrazia italiana. Così come ci sono altri paesi che – sulla linea continua che va dai regimi più autoritari alla piena e forse irrealizzabile democrazia – si collocano ben più avanti della nostra Italia, che da questi paesi avrebbe molto da imparare.

  • Cara Cinzia,
    sono d’accordo con te e ti propongo un spunto di riflessione evidenziato anche nell’ultimo intervento di Crozza.
    Il problema petrolifero è, insieme a quello più generale della scarsezza delle risorse, il pretesto predominante di ogni azione bellica odierna, e questo credo sia un dato di fatto che difficilmente può essere contestato a meno di rendersi ridicoli o, peggio, ipocriti. Siamo realisti!
    L’Italia, non possedendo risorse energetiche, sarà sempre coinvolta direttamente o indirettamente in tali conflitti perché il nostro sistema economico “famelico” ci impone di “mercanteggiare” in prima persona le risorse di cui abbiamo bisogno.
    Arrivo alla mia riflessione, finché l’Italia non deciderà di dotarsi di un Piano Energetico o, perlomeno, di iniziare a definirlo saremo sempre “costretti” a partecipare a missioni belliche come quella attuale per il semplice fatto che non possiamo permetterci di mancare laddove si stanno rinegoziano i contratti di estrazione, di fornitura, di gestione, di vendita o di distribuzione del petrolio.
    Vogliamo evitare nel futuro altre missioni di “pace”? Vogliamo evitare altre ipocrisie e puntare davvero su una pace duratura?
    Allora iniziamo da subito a definire un “piano” visto che l’ultimo risale al povero Mattei, ovvero agli anni 70! Mi rendo conto che è complicatissimo ma fino a quando la nostra agenda politica sarà svincolata da tale priorità, il nostro futuro sarà di conseguenza una variabile quasi impazzita di scelte strategiche altrui.
    Un banalissimo “piano” potrebbe essere ad esempio impostato sui seguenti punti:
    1) Quota inderogabile di energia rinnovabile –possiamo immediatamente stabilire di arrivare entro tot anni al 30% del fabbisogno;
    2) nucleare a fusione (non a fissione) – attiviamo questa ricerca che non contempla scorie e combustibile radioattivo ma solo isotopi di elio (o qualcosa del genere); anche in questo caso prendiamo l’impegno di realizzare un prototipo in 5 anni, ad esempio, e una prima nostra centrale in altri 10; si tratta di una ricerca molto costosa ma non credo che abbiamo altre alternative (a sentire gli esperti sembra l’ipotesi più “verde” su cui puntare nel futuro);
    3) idrogeno – mi domando come mai un paese che non ha risorse energetiche primarie sia anche quello che, tra gli stati più industrializzati, sia il fanalino di coda su questa ricerca. L’idrogeno quando brucia produce ossigeno!
    4) Razionalizzazione energetica – sostituzione entro tot anni di tutte la lampade ad incandescenza e neon con quelle a Led (risparmio del 30%), sostituzione di caldaie ecc
    La tematica ambientale deve essere considerata prima di tutto energetica e finché non ricadrà nell’ambito di una programmazione strategica ed unitaria (nonché vincolata nel tempo) rimarrà inefficace e soprattutto, sarà la causa di continui coinvolgimenti bellici.

  • Non c'è dubio che la questione energetica sia uno dei cardini di una politica lungimirante e che una maggiore autonomia su questo fronte ci renderebbe più liberi di prendere decisioni. Argomento da approfondire, grazie per lo spunto

  • Forse il mio intervento è stato un pò troppo sintentico e non ho sviluppato adeguatamente il concetto.
    Il travestimento e l'azione conseguente non sono dettati da valori morali, ma puramente economici (come sottolinea tommaso).
    Quindi il mio disgusto sta nel travestimento, più che nelle azioni che ne conseguono.
    Infine si, la sfumatura di discriminazione c'è, nel senso puro del termine, perchè nel mondo, come dici tu, ci sono popoli di serie A e di serie B, dove i primi sono sfruttati dai secondi, e in questa situazione la cosa è piuttosto evidente.

  • Trovarsi in un deserto o in un oceano o in una foresta senza bussola, senza riferimento alcuno per orientarsi e quindi nel dubbio pressochè totale per dove andare non giustifica una non scelta per una direzione di marcia. La "scommessa" va fatta: SEMPRE! La posizione della luna,di una stella, del sole; un soffio di vento, il volo di un gabbiano, la direzine di marcia di qualunque animale, l'inclinazione di un fusto, l'umidità di una parete. Una o più cose messe assieme non possono non dirmi qualcosa: se non altro debbono infondermi un pizzico di forza dovuta alla speranza di una ragionata possibilità. L'unica certezza è questa: se sto fermo è la fine! Quindi scommettere è obbligatorio:almenochè non decido:voglio morire!Se poi per indole non riesci a fare alcuna logica considerazione: immagina di sognare e di ricevere un suggerimento. Se nemmeno questo ti riesce di fare chiudi gli occhi,fai alcuni giri su te stesso, apri gli occhi e guarda avanti: quella è la direzione giusta che ti offre una possibilità di salvezza.

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Chi sono

Sono redattrice di "MicroMega" e collaboratrice del portale europeo "Newsmavens.com". Ho studiato filosofia e ho scritto "Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo" (Feltrinelli, 2018); "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo e lavoro fra Roma e Francoforte. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it