Laicità

Diserzione di coscienza

Nelle discussioni sulle questioni bioetiche fa spesso capolino il tema dell’obiezione di coscienza, come ultima arma che i credenti hanno per non soccombere alla presunta dittatura laicista che imporrebbe loro comportamenti contrari alla loro etica. Da ultimo ne ha fatto cenno, in un articolo che voleva essere una lezione di laicità (e non di laicismo, tiene a precisare l’autore) e per tale ragione tanto più significativo, il professor Dario Antiseri sul Corriere della Sera dello scorso 23 maggio. «Il laico», scrive Antiseri, «sa che la democrazia è ‘‘l’alta arte’’ del compromesso, ma è colui che anche sa che non sempre il compromesso è possibile giacché esistono valori o ideali inconciliabili (come è il caso della manipolabilità o meno dell’embrione o della praticabilità o meno dell’aborto): in questi casi il laico si affida alla tecnica del referendum o allo ‘‘scudo personale’’ dell’obiezione di coscienza, nella più lucida consapevolezza che la società aperta non sarà mai una società perfetta».
L’obiezione di coscienza viene qui presentata addirittura come garanzia della laicità in quei casi che non sono conciliabili nonostante i tentativi che l’«alta arte del compromesso», sale della democrazia, impone. Gli esempi citati tra parentesi sono emblematici: la manipolabilità dell’embrione e la praticabilità dell’aborto. Soffermiamoci sul secondo.
In cosa consisterebbe, a proposito dell’aborto, l’obiezione di coscienza? A rigor di logica la risposta dovrebbe essere: io posso invocare l’obiezione di coscienza se lo Stato mi volesse obbligare ad abortire. L’obiezione di coscienza è infatti eminentemente legata ad un obbligo: nasce come rifiuto dell’obbligo di imbracciare le armi e, fino alla promulgazione della legge che l’ha regolamentata, essa era equiparata alla renitenza alla leva e alla diserzione e gli obiettori andavano incontro a pesantissime conseguenze penali.
Nel caso dell’aborto però – come anche della distribuzione di anticoncezionali – l’obiezione di coscienza viene invocata non in relazione ad un inesistente obbligo «ad abortire», ma nei confronti di medici ginecologi che avrebbero il diritto di rifiutarsi di «far abortire», ossia di praticare l’interruzione di gravidanza su una donna che l’abbia liberamente scelta. Si impone qui una distinzione cruciale tra il fare in prima persona qualcosa e il consentire ad altri di fare. Sono infinite le nostre azioni, dalle più piccole e insignificanti alle più fondamentali, che non potremmo compiere se non ci fosse qualcun altro che – con le sue competenze, con i suoi strumenti, con la sua esperienza – ci metta nelle condizioni di compierle. E se chi detiene quello che è un vero e proprio potere si rifiuta di mettere a disposizione le sue competenze per consentire a qualcun altro di compiere una determinata azione (perfettamente lecita) nei fatti sta ledendo il diritto di quest’ultimo di compiere quell’azione.
Fare il medico non è un obbligo, e men che meno fare il medico ginecologo. E tanto basta per abolire come del tutto impoprio l’uso dell’espressione «obiezione di coscienza» a proposito dell’aborto, che si configura semplicemente come una delle prestazioni che il medico ginecologo ha l’obbligo di somministrare, nei termini della legge. La stessa cosa vale nei confronti dei farmacisti che si rifiutano di vendere i farmaci anticoncezionali. Il lavoro che ciascuno di noi si sceglie è allo stesso tempo una scelta di vita per noi e un servizio per gli altri. Se penso che quella professione comporta degli obblighi che contrastano con i miei princìpi, semplicemente scelgo di non farla. Non avrebbe alcun senso, oggi che la leva non è più obbligatoria, che un militare invocasse l’obiezione di coscienza. Semplicemente, chi rifiuta le armi, sceglie altri mestieri – e magari si impegna in organizzazioni pacifiste per bandire gli eserciti. Il cameriere vegetariano che si rifiuti di servire carne in una trattoria verrebbe semplicemente licenziato: che andasse a lavorare in un ristorante vegetariano. I testimoni di Geova rifiutano le trasfusioni di sangue: liberissimi di farlo su di sé. Ma cosa succederebbe se un medico testimone di Geova si rifiutasse di praticare le trasfusioni ai pazienti? Avendo un bambino piccolo, mi sono imbattuta in accese e molto serie discussioni sulla opportunità o meno di vaccinare i bambini: cosa succederebbe se un farmacista convinto (in completa buona fede) che i vaccini non debbano essere fatti si rifiutasse di venderli? In fondo, questo farmacista è convinto che i vaccini potrebbero causare delle gravissime malformazioni ai bambini, le sue ragioni appaiono dunque fondate e persino «altruistiche». E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.
La possibilità per i ginecologi di rifiutarsi di praticare gli aborti era stata giustamente prevista
nella legge che finalmente regolamentava l’aborto (la 194 del 1978): chi era diventato ginecologo prima dell’entrata in vigore di quella legge non aveva tra le proprie mansioni l’aborto (anche se molti lo praticavano, con lauti compensi, in nero). Ma oggi è completamente priva di senso. E altamente lesiva dei diritti delle donne, visto l’altissimo numero di «disertori», come correttamente andrebbero chiamati.
Vi siete mai chiesti perché non si pone il problema dell’obiezione di coscienza per gli avvocati a proposito del divorzio? Per due ragioni: la prima, di buon senso, è che un avvocato può specializzarsi in molti ambiti (proprio come il medico!) e dunque, se vuole, può scegliere di non occuparsi di divorzi così come un medico che non vuole praticare aborti può benissimo scegliere tra decine di altre specializzazioni. Ma temo che la ragione largamente più diffusa sia che i divorzi fanno guadagnare un sacco di soldi. Mentre gli aborti sono persino un ostacolo alla carriera.

7 Commenti

  • E oltre che esser un modo per violare diritti sanciti dalla legge, l'obiezione diviene un modo per discriminare coloro che assistono le donne nel loro diritto all'autodeterminazione (come gli ospedali che non forniscono la prestazione, o i medici che fanno moral suasion). Questo attteggiamento è anche il sostrato di quegli atti di degrado morale fatti sull'onda dello "sdegno" dinanzi all'aborto. A me è rimasto impresso quando nel 1991 il vescovo peressin inaugurò a L'Aquila il monumento ai bambini mai nati…con la lista delle donne che si avvalsero in città dell'interruzione volontaria di gravidanza, trovata nel municipio dell'allora sindaco Lancieri (cosa assolutamente vietata dalla legge che garantisce l'anonimato). Purtroppo in Italia si continua ad avere una doppia morale…da una parte i peccatori, dall'altra i redentori che posson usare qualsiasi mezzo per imporre di -riffa o di raffa- le proprie idee, ovviamente "per il bene comune"

  • Allora io ho delle domande da porre, chissà che qualcuno mi possa o sappia rispondere. Allora prima di tutto noi sappiamo che chi vuole abortire privatamente, non ha grossi problemi, purché paghi.
    Ci sono obiettori tra i medici a pagamento?
    Altro dubbio. Lo stato visto che può e deve garantire una prestazione ospedaliera come l'aborto,
    come si comporta, quando in un paese…scatta l'allarme rosso demografico? Ma soprattutto se io pretendo di poter scegliere di fare l'aborto
    gratuitamente, perché mi sento di far parte di uno Stato… perché poi non devo obbedire ad uno stato che mi chiede di fare figli…perché c'è un allarme rosso demografico? o perché servono figli da mandare in guerra? o magari come a Cuba …lo stato paga la formazione dei medici e poi scambia medici contro petrolio, insomma comsidera i cittadini come una proprietà di cui si può servire anche come "merce di scambio" …ma soprattutto perché mi devo sentire parte di uno stato che ha ribaltato e tradito completamente i principi originari della Carta Costituzionale, che è il patto tra i cittadini e lo stato… e ancora… a cosa e a chi servono i miei figli in questo momento storico, in Italia??? e ancora posso considera i figli che faccio miei, o devo considerarli dello Stato? MOLTE SONO LE COSE CHE ANDREBBERO CHIARITE OGGI!

  • credo che nell'esposizione vi sia una grande confusione. Un conto sono le terapie, un conto gli interventi. Un conto curare, un conto ammazzare. Il medico ha il compito di curare, non di ammazzare, non rientra tra i suoi compiti, nemmeno per i ginecologi. Allora lasciamo la liberta di coscienza, di non essere complice della soppressione INGIUSTIFICATA di un vita umana. Qualsiasi medico, se quell'aborto fosse indispensabile per la sopravvivenza della madre, lo praticherebbe, se la madre lo chiedesse. Gia', ci sono anche, permettetemi la maiuscola Madri, che sacrificano la propria vita, rischiano sapendo di rischiare, pur di mettere al mondo un figlio…. Non e' possibile anestetizzare le coscienze.
    francesco sirio

  • si in effetti….non si capisce molto..ero entrata per chiarirmi le idee mentre invece ne esco con doppia confusione in testa laura

  • Concordo con gli ultimi interventi. Un conto è l'obbligo che i medici hanno di prestare le giuste cure a chiunque senza distinzione, un conto è che la legge li costringa a diventare assassini (per un ginecologo cattolico l'aborto è un omicidio! Punto!).
    Trovo che i paragoni forniti dall'Autrice siano fuori luogo e – naturalmente – capziosi… L'aborto, grazie al Cielo!, è soltanto un aspetto marginale della specializzazione medica "Ginecologia e Ostetricia" e trovo assurdo (e anche un tantino arrogante)consigliare a chi è obiettore di scegliersi un'altra specializzazione. Allora, mi faccia capire, chi è contario all'eutanasia non può scegliere anestesia e rianimazione? E andando di questo passo le dottoresse lesbiche non potranno più darsi all'urologia? Suvvia…
    Alle donne non sarà mai negato il diritto di abortire, non negate ai medici il diritto di non volersi sentire fuorilegge…

  • Siamo nell'ampia area grigia delle opinioni. Il ragionamento di questo post può essere giusto o sbagliato in base a una valutazione del tutto discutibile: praticare aborti è o non è parte sostanziale della professione del ginecologo? Se rispondiamo di sì il ragionamento regge (il ginecologo, avendo scelto di essere tale, non ha diritto all'obiezione di coscienza). Se rispondiamo di no, il ragionamento non regge: la legge, su un'attività non sostanziale, può ragionevolmente garantirmi il diritto di agire secondo coscienza, come potrebbe, in linea di principio, garantire a un militare volontario il diritto di non utilizzare armi atomiche.
    Nessuna soluzione teorica al dilemma dunque. Ma esiste certamente una soluzione pratica. Basterebbe che il ginecologo dichiarasse una volta per tutte se è obiettore oppure no: le strutture sanitarie avrebbero la possibilità di condizionare l'assunzione di un medico al bisogno più o meno importante di non-obiettori; il medico che da abortista diventasse obiettore, si troverebbe, giustamente, a dover ridiscutere i termini del proprio contratto. Semplice, no?
    A.

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Chi sono

Sono redattrice di "MicroMega" e collaboratrice del portale europeo "Newsmavens.com". Ho studiato filosofia e ho scritto "Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo" (Feltrinelli, 2018); "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo e lavoro fra Roma e Francoforte. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it