Diritti Laicità

Suicidio assistito: botta e risposta con Ignazio Marino

Il senatore Ignazio Marino ha inviato tra i commenti una replica alle mie critiche sulle sue dichiarazioni a proposito del suicidio assistito di Lucio Magri. Pubblico la replica qui, con una mia brevissima risposta.

Gentile Cinzia,
ho avuto modo di leggere solo ora il suo articolo su MicroMega e penso sia doveroso da parte mia replicare. Forse ha ragione lei, il termine più giusto è quello anglosassone ‘pro choice’ ma esiste, a mio avviso, una differenza profonda tra sospendere terapie che hanno il carattere della straordinarietà o sono ritenute sproporzionate dal paziente, come può essere la nutrizione artificiale oppure un intervento chirurgico, e porre volontariamente fine alla vita di un essere umano attraverso la somministrazione di un farmaco letale.
Io non mi permetto di esprimere giudizi ma come medico non riuscirei mai a compiere questo atto e non sarei capace di guardare un paziente negli occhi e poi iniettargli un veleno nelle vene ed attendere che il cuore si arresti. Invece, mi riconosco pienamente nelle parole che Paolo VI utilizzò nel 1970, scrivendo all’Osservatore Romano: “In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile una vita”.

Il mio appello, lanciato dopo la notizia della scomparsa di Lucio Magri, non era volto a ‘catalogare’ due fazioni, come lei sembra aver inteso, ma a cercare di evitare le divisioni di fronte alla scelta delicatissima e certamente dolorosa di una persona. Non associo, né ho mai associato, coloro che si dichiarano favorevoli all’eutanasia ai ‘fautori della morte facile’, queste sono categorie del pensiero che appartengono a esponenti politici che si sono espressi in maniera imperdonabile e aggressiva in questi anni in materia di fine vita e dai quali anche io, in più occasioni, ho dovuto difendermi. Pensi che il quotidiano “Il Giornale” per colpire la mia sensibilità il 14 giugno 2009 ha pubblicato una mia grande foto centrale in prima pagina con scritto “dottor Marino esperto in eutanasia”.

Comprendo la legittima richiesta di alcuni di dibattere su un’azione che non mi sento di approvare come l’eutanasia, ma ritengo che oggi sia più urgente concentrare le energie della politica e della società sull’assistenza al paziente e sulla possibilità, anzi il diritto, per ciascuno di noi di poter indicare a quali cure essere sottoposto e a quali invece rinunciare.

Ignazio Marino

Caro senatore,
proprio perché quello delle due ‘fazioni in lotta’ non è lo spirito che di solito la contraddistingue, è tanto più significativo che proprio lei (anche lei) abbia usato l’immagine del ‘tifo da stadio’: sintomo che la colonizzazione del linguaggio da parte di coloro che si “esprimono in maniera imperdonabile e aggressiva” ha ormai raggiunto livelli di guardia.
Quanto all’eutanasia, io la pongo sulla stessa linea di continuità con la possibilità di rifiutare le cure: il principio è sempre quello dell’autonomia e della libertà di scelta di ciascuno sulla propria vita. Sono tuttavia d’accordo con lei, quando afferma che “oggi sia più urgente concentrare le energie della politica e della società sull’assistenza al paziente e sulla possibilità, anzi il diritto, per ciascuno di noi di poter indicare a quali cure essere sottoposto e a quali invece rinunciare”. Un passo per volta.

cs

6 Commenti

  • Gentile Cinzia,
    sono un medico e credo che troppo spesso ci si dimentichi che se da una parte c'è sicuramente il diritto all'autodeterminazione del paziente sancito dalla Costituzione e da varie sentenze anche della Corte Costituzionale, dall'altro vi è il diritto/dovere del medico all'autodeterminazione professionale che passa prima di tutto attraverso l'applicazione del Codice Deontologico Medico (ricordo che è del 2006)per poi arrivare a quello che è il suo dovere di prendersi cura del paziente e non certo di ucciderlo come è insito nel concetto di eutanasia. Credo che esista un'unica via per affrontare il tema del malato inguaribile che è il concetto di desistenza terapeutica che ha avuto nel Sen. Ignazio Marino uno dei suoi iniziali propugnatori e che da allora ha riscosso sempre maggiori consensi anche per l'azione della nostra Associazione (AIDeF). Non è un caso che il concetto di desistenza terapeutica sia chiamato in causa per spiegare le tristi vicende di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welby. La ringrazio per lo spazio accordatomi.
    Dott. Cristiano Samueli

  • Gentile dott. Samueli,
    la ringrazio per il suo contributo al dibattito. Poiché la professione medica produce i suoi effetti sui corpi dei pazienti, rimango convinta che il diritto all'autodeterminazione professionale del medico sia completamente subordinato al diritto di ciascuno di noi di decidere della propria vita. Il concetto di desistenza terapeutica è comunque un ottimo inizio, magari si riuscisse ad affermarlo nel nostro paese.

  • parole parole.. spoloqui… disquisizioni sottili.. chiacchiere al vento.. tutti si parlano addosso e si inebriano di beatitudine per il loro suono! parole parole parole … i fatti li fanno in svizzera !!!

  • Cara Cinzia, ho la brutta impressione di leggere questo, neanche tanto tra le righe: se uno si vuole buttare al fiume perchè è disperato, inutile farlo desistere, visto che è lui che ha scelto. Il che mi fa venire in mente un finale di film che all'epoca mi colpì solo per quel finale, "La meglio gioventù". Il protagonista, più o meno, si chiede se sia stato giusto rispettare le scelte autolesioniste e suicide del fratello, in base esattamente a quel diritto di autodeterminazione a cui lei accenna e non intervenire, piuttosto, con l'amore che gli portava. La fragilità umana va compresa, ma il nostro essere uomini richiede di aiutare chi è fragile: non si può pensare di lasciar andare ogni depresso, ogni depresso chiede di morire. Così si è davvero solo pro-morte, non pro-scelta.

  • Aggiungo al mio commento precedente il consiglio (soprattutto a Pedrito) di leggere l'opinione, che condivido, di Gustavo Zagrebelski pubblicata su Il Fatto Quotidiano. E anche il mio nome: Lucilla
    Saluti

  • Gentile Lucilla,
    quello che lei legge tra le righe ce lo ha messo tutto lei: non è neanche il caso di sottolineare che "se uno si vuole buttare al fiume" è ovvio che ciascuno di noi farebbe di tutto per farlo desistere. Ma non si può insinuare, come sembra fare lei "neanche tanto tra le righe", che chi decide che non vuole più vivere sia necessariamente depresso e abbandonato da tutti e che se solo avesse avuto qualcuno ad aiutarlo avrebbe cambiato idea. Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli, Mario Monicelli, Lucio Magri non erano soli e in molti hanno tentato di far loro cambiare idea. Senza riuscirci.

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Chi sono

Sono redattrice di "MicroMega" e collaboratrice del portale europeo "Newsmavens.com". Ho studiato filosofia e ho scritto "Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo" (Feltrinelli, 2018); "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo e lavoro fra Roma e Francoforte. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it