Laicità

Multiculturalismo o diritti universali?

Nella discussione sulle nostre società che diventano sempre più multiculturali molto spesso la sinistra è colta in imbarazzo: per non essere accusata di razzismo, sposa un ingenuo multiculturalismo che – in nome del rispetto della culture altrui – finisce per accettare pratiche decisamente reazionarie, patriarcali, conservatrici che nulla hanno a che fare con l’emancipazione degli individui, unico faro che la sinistra dovrebbe avere. Di tutto questo ho parlato con Peter Schneider in una conversazione dalla quale è stato tratto questo testo, uscito sul numero 4/2015 di MicroMega.
Peter Schneider
(testo raccolto da 
Cinzia Sciuto)
Recentemente la Corte costituzionale tedesca ha dichiarato incostituzionale il divieto di portare il velo per le insegnanti nelle scuole pubbliche, un divieto che era stato introdotto da alcuni Länder della Germania. Devo dire che questa sentenza della Corte mi ha indignato: significa che insegnanti nelle nostre scuole pubbliche, che dovrebbero essere laiche, possono indossare quello che molti esperti considerano un vero e proprio simbolo di oppressione delle donne nella cultura islamica. Le conseguenze di questa sentenza rischiano di essere drammatiche. Pensiamo a delle bambine di 10-11 anni, ragazzine nel pieno della pubertà che magari in casa loro conducono una battaglia quotidiana per non portare il velo: bene, queste ragazzine verranno di sicuro iscritte nelle scuole con insegnanti «velate», così che anche la scuola contribuirà a rafforzare la pressione psicologica su queste ragazze. Inaccettabile. La nostra scuola pubblica non si può fare promotrice di una simile immagine della donna.

Questa sentenza è stata un grosso successo delle associazioni islamiche che da tempo si battono in Germania affinché venga riconosciuto il diritto delle insegnanti musulmane a portare il velo anche nelle scuole pubbliche. Il problema è che le associazioni islamiche si comportano come se rappresentassero tutti i musulmani, mentre probabilmente ne rappresentano una parte, forse la metà, mentre una larga parte di musulmani – la parte più laica – non sono rappresentati, non hanno voce. Questa sentenza rappresenta un grosso passo indietro dello Stato laico di fronte alle tradizioni di una comunità. E io trovo davvero assurdo che una delle più importanti conquiste dell’illuminismo, la separazione tra Stato e religione, venga nuovamente messa in discussione, persino da quella sinistra che dovrebbe essere figlia di quell’eredità.
La sentenza della Corte infatti è stata salutata da molti esponenti di sinistra con soddisfazione, interpretata come un segno di rispetto per la libertà religiosa e per le culture diverse dalla nostra, mentre chi sostiene posizioni contrarie viene subito tacciato di razzismo e xenofobia. L’argomento – del tutto infondato e pericoloso – è quello del rispetto dell’autonomia di ogni cultura. Ma con questo argomento si può giungere a difendere anche i sacrifici umani degli aztechi o le mutilazioni genitali femminili, che hanno una lunghissima storia in Africa. Se il primo esempio può apparire assurdo, sulle mutilazioni genitali femminili non sono rari i tentativi di farle accettare in Europa. Cito qui una vicenda tratta da un libro di Maajid Nawaz, che mi è stato segnalato dal mio amico Ian McEwan: «Nel 1993 a Brent – una circoscrizione di Londra – è stata presentata una mozione per rendere legale ciò che noi oggi consideriamo una misura assurda, e per fortuna illegale: le mutilazioni genitali femminili. La mozione chiedeva che le mutilazioni genitali femminili fossero classificate come “uno specifico diritto delle famiglie africane che vogliono continuare a praticare le proprie tradizioni mentre vivono in questo paese”. Ann John, allora consigliera circoscrizionale a Brent, si oppose con successo a questa mozione e ne presentò una sua in cui definiva le mutilazioni genitali femminili una “barbarie” e sosteneva che “si trattava di una tradizione culturale non più valida del cannibalismo”. Ma questi erano gli anni Novanta, il decennio della demente ghettizzazione monoculturale sponsorizzata dallo Stato e infelicemente chiamata multiculturalismo. Successivamente, per la sua eresia Ann ha dovuto sopportare una sequela di abusi e minacce. È stata definita una “missionaria colonialista” che “pensa di sapere cosa è meglio per gli africani” ed è stata minacciata di essere mutilata a sua volta. Abbiamo dovuto attendere il 2014 per l’introduzione finalmente della prevenzione delle mutilazioni genitali femminili in tutte le scuole di Brent. E, secondo le statistiche citate dal dipartimento per lo Sviluppo internazionale del governo britannico, più di 20 mila ragazze sotto i 15 anni residenti nel Regno Unito rischiano ancora oggi ogni anno di essere sottoposte a mutilazioni genitali. Nel momento in cui scrivo, la Gran Bretagna non ha ancora assistito a una vera e propria condanna giudiziaria motivata di questa riprovevole pratica. Ann John ha una spiegazione per questo. In un’intervista del 2014 ha sostenuto che il trattamento che le è stato riservato ha dissuaso molte persone dal prendere apertamente posizione contro le mutilazioni genitali femminili per paura di incorrere nell’accusa di razzismo» (tratto da On Blasphemie di Maajid Nawaz).
Come si vede, l’argomento del rispetto delle culture altrui senza nessuna possibilità di giudicarne le tradizioni è molto pericoloso. Dopo l’attentato a Charlie Hebdo, la cancelliera Merkel ha ripetuto una frase che aveva pronunciato precedentemente l’ex presidente tedesco, Christian Wulff: «L’islam appartiene alla Germania». Io e le scrittrici Alice Schwarzer e Monika Maron – sono sempre le donne che si impegnano su queste cose – abbiamo risposto: «No, l’islam non appartiene alla Germania perché non conosciamo nessuna versione dell’islam che riconosce una separazione fra Stato e religione, fra Chiesa e società e che accetta la piena parità fra uomo e donna. Appartengono alla Germania invece tutti i musulmani che riconoscono i valori della nostra democrazia, che sono i valori universali di ogni democrazia». Tanti esponenti della sinistra hanno definito soprattutto Alice Schwarzer una fascista e xenofoba per aver scritto queste cose, utilizzando sempre i soliti non-argomenti.
Non è facile spiegare perché la sinistra abbia perso di vista il proprio orizzonte universalista e si sia rifugiata in posizioni multiculturaliste. In Germania credo che questo atteggiamento sia dovuto ancora a una concezione distorta della colpa storica dei tedeschi nel nazismo: ogni critica all’islam è letta automaticamente in termini razzisti, una sorta di riflesso inconscio e immediato che appartiene a una certa cosiddetta sinistra. Faccio un esempio. In una scuola frequentata in gran parte da musulmani – in particolare turchi – gli studenti stessi avevano deciso di usare il tedesco anche nelle pause. Un autorevole esponente dei Verdi, Hans-Christian Ströbele, ha dichiarato che sarebbe stata una decisione autoritaria perché non «possiamo imporre la lingua degli assassini a questi innocenti giovani». È un argomento pazzesco, e pericoloso.
A Berlino c’è un grande quartiere, Neukölln, con una presenza musulmana che si aggira in media intorno al 40 per cento, con punte del 60-70 per cento in alcune zone. Questo significa che in alcune scuole di quel quartiere si parla praticamente solo turco o arabo. E nessun genitore tedesco vuole iscrivere il proprio figlio lì, anche semplicemente per il fatto che non può sostanzialmente parlare tedesco. In queste zone accade che, se una ragazza tedesca invita una ragazza turca a passare la notte fuori, verso le dieci di sera arrivano i parenti di lei e la portano via. Molte ragazze non partecipano all’ora di educazione fisica e a tante è vietato usare la bicicletta perché la famiglia teme che l’uso della bici possa danneggiare i genitali e avere un’influenza sulla loro verginità. Queste ragazze di solito non possono partecipare alle gite della classe, perché non ci sono i controlli che le loro famiglie pretendono e alla gran parte di loro viene imposto il marito. Io dico molto chiaramente: non è accettabile che una donna che vive tra noi, nelle nostre società democratiche, non abbia la possibilità di scegliere il proprio uomo. E questo succede continuamente sotto i nostri occhi. In nome di un malinteso rispetto delle altre culture, abbiamo di fatto accettato la sottomissione della donna. Forse non ci rendiamo conto davvero della strada che stiamo imboccando. In Gran Bretagna e in Francia ormai interi quartieri di alcune grandi città sono diventati vere e proprie società parallele. In alcune zone di Marsiglia è persino pericoloso parlare francese, e io francamente non capisco perché dobbiamo accettare questa situazione. E la Germania è su questa strada, con il contributo colpevole di certa cosiddetta sinistra che sostanzialmente non fa altro che sostenere la diffusione di una religione intollerante. Faccio un esempio che fa capire a che punto si può arrivare con questo atteggiamento. Necla Kelek è una sociologa tedesca di origini turche, femminista, che ha scritto Die fremde Braut (La sposa straniera), un libro in cui racconta la propria giovinezza di ragazza turca immigrata in Germania e le storie di ragazze minorenni che sono state comprate, spesso a caro prezzo, nei villaggi dell’Anatolia da madri i cui figli, in Germania, sono pronti per il matrimonio. Necla Kelek ha tanti nemici nel mondo accademico, tutti coloro che all’università si occupano di studi arabi e islamici vedono in lei il nemico più grande. Recentemente era stata invitata da un grande sindacato degli insegnanti, il Gew, per tenere un corso di formazione per giovani docenti. Improvvisamente l’invito è stato ritirato, semplicemente perché la Kelek aveva osato esprimere dei giudizi positivi sul libro Deutschland schafft sich ab (La Germania si abolisce) di Thilo Sarrazin. Si tratta di un libro – un bestseller in Germania – in cui l’autore analizza – talvolta in modo convincente, talaltra con argomenti discutibili – gli effetti combinati di arresto demografico, crescita dei ceti medio-bassi e la preponderante immigrazione da paesi islamici. Al di là del libro di Sarrazin, sta di fatto che aver espresso un apprezzamento nei confronti di questo libro è costato alla Kelek quell’invito. Io e altri amici – la scrittrice Monika Maron e Jens Reich, un grande attivista della rivoluzione nella Ddr – abbiamo scritto ciascuno di noi delle lunghe lettere per difendere Necla Kelek e solo diversi mesi dopo, in particolare dopo i fatti di Parigi, l’atmosfera è cambiata e Necla Kelek è stata nuovamente invitata. Ho raccontato questo episodio per dire che con questo atteggiamento si può arrivare alla censura, all’ostracismo, all’esclusione dalla vita pubblica e intellettuale di persone che lottano affinché i diritti universali che noi abbiamo conquistato a caro prezzo vengano estesi a chi arriva nei nostri paesi, e non invece messi in discussione.
Perché questa è la posta in gioco: perdere le più importanti conquiste dell’illuminismo in nome del rispetto dell’autonomia delle singole culture. Una follia. E l’argomento secondo il quale i valori democratici illuministi sarebbero valori occidentali e che noi non abbiamo il diritto di imporli agli altri non ha consistenza. Ovunque nel mondo i movimenti di emancipazione vogliono le stesse cose che in Europa sono state conquistate negli ultimi secoli. Da Tiananmen a Istanbul all’Ucraina, in tutte le piazze i giovani che scendono in piazza e che hanno una chance reclamano le stesse libertà che erano alla base della rivoluzione americana e francese. Per questo si chiamano valori universali, e tali sono. È una concezione fallace della società umana, quella che la vuole divisa in piccole comunità ognuna con i suoi diritti.
È chiaro poi che questi problemi vanno affrontati nei singoli paesi sulla base della propria storia. Per esempio, il modello di Stato laico della Francia non credo sarebbe adatto alla Germania, che è un paese che – pur essendo sostanzialmente laico – è tradizionalmente segnato dal cristianesimo e non vedo nessun motivo per cui questa origine, questa storia, questa tradizione debba essere resa invisibile. Credo che bisogna essere un po’ più flessibili di quanto non conceda il modello francese: lo Stato secolare e le religioni vanno completamente separati – questo è chiaro – ma non capisco perché debba sparire ogni crocifisso dalle scuole pubbliche. Così come non credo sia una strada percorribile in Germania quella di eliminare del tutto l’insegnamento della religione dalle scuole pubbliche. Chi non sa niente della religione cristiana non può neanche capire la cultura europea. È ovvio però che, se le scuole pubbliche impartiscono lezioni di religione cattolica ed evangelica, non si può negare la possibilità di avere anche l’insegnamento della religione musulmana. E infatti a Berlino ci sono scuole che già prevedono l’insegnamento della religione musulmana accanto a quella evangelica e cattolica. Bisogna però mettere dei paletti molto rigidi nella selezione degli insegnanti delle religioni, perché si tratta comunque di insegnanti di scuole pubbliche, pagati da tutti noi ed è necessario che abbiano un percorso formativo equiparabile a quello del nostro sistema universitario e che ottengano il nulla osta all’insegnamento dallo Stato e non, nel caso dell’islam, da qualche setta musulmana da Istanbul o da un altro paese arabo. La soluzione più ragionevole secondo me è quella adottata a Berlino, dove l’ora di religione (cattolica, evangelica o – dove c’è – musulmana) è facoltativa, mentre è obbligatoria l’ora di etica: un insegnamento rivolto a tutti, in cui le varie religioni vengono studiate da un punto di vista laico, gli studenti imparano che non esiste solo una religione ma tre-quattro grandi religioni al mondo e soprattuto vengono insegnati i nostri valori, l’importanza della separazione fra Stato e religione, del principio di uguaglianza dei sessi e di tutto ciò che rappresenta la base della nostra società laica e democratica. Questa è l’unica possibilità che ha la scuola laica per affrontare la presenza di diverse culture e religioni al proprio interno.
È chiaro che si tratta di una questione politica e culturale molto complicata, la cui soluzione non può essere delegata ai giudici, anche perché abbiamo visto che anche i giudici possono prendere dei grossi abbagli. In Germania c’è una tendenza a delegare le questioni più delicate ai giudici. Si tratta di una tendenza fatale, perché non è quella la sede per elaborare una soluzione razionale a tematiche così complesse. Si tratta di questioni che invece vanno largamente discusse nella società e poi decise in parlamento. La norma progressista sull’insegnamento obbligatorio dell’etica a Berlino è stata possibile grazie al sostegno dei cittadini di Berlino Est, l’area meno religiosa in Europa, l’unico territorio dove il comunismo ha ottenuto questo successo. Nel resto della Germania l’argomento è quasi tabù. Da questo punto di vista la Germania è ancora indietro, come dimostra anche il sistema di finanziamento delle Chiese – cattolica e protestante – basato su una tassa di culto che lo Stato preleva direttamente ai cittadini e gira alle Chiese, e che è possibile non pagare solo uscendo formalmente dalle rispettive Chiese.
La strada da fare verso uno Stato davvero laico è, come si vede, ancora lunga. Il rischio però in questo momento è addirittura quello di tornare indietro, rinunciando alle conquiste raggiunte finora. E in questo processo la responsabilità della sinistra è enorme. Dalla Linke all’Spd passando per i Verdi, la situazione in Germania è desolante. In queste organizzazioni hanno un’influenza sempre maggiore le associazioni islamiche e molti giovani turchi o giovani turche, anche non religiosi, magari nati qui, che parlano benissimo entrambe le lingue e propagandano un malinteso multiculturalismo in nome della difesa della propria identità. È stata la sinistra socialdemocratica che, per esempio, nel Baden-Württemberg, ha proposto di riconoscere ufficialmente ed esplicitamente il diritto di portare il velo. Oggi sostanzialmente per difendere i valori della laicità e dell’illuminismo, mi dispiace dirlo, bisogna rivolgersi alla Cdu oppure a gruppi e movimenti che hanno delle posizioni laiche e illuministe, ma che non si possono definire proprio «di sinistra». Io, per esempio, faccio parte di un circolo privato nato attorno Monika Maron e Necla Kelek che discute di questi temi, interviene nel dibattito pubblico con lettere, articoli eccetera, ma si tratta di un gruppo molto eterogeneo, in cui alcuni hanno una storia di sinistra, ma altri no. Ne fanno parte anche molte donne musulmane – ovviamente non religiose. Insomma, stiamo vivendo un paradosso, una situazione capovolta. Dobbiamo difenderci da organizzazioni «progressiste» che hanno completamente dimenticato le loro origini illuministe e tradiscono i loro valori in nome di una repressiva «autonomia culturale».

Seguimi sui social

Chi sono

Sono redattrice di "MicroMega" e collaboro occasionalmente con altre testate del Gruppo Editoriale L'Espresso. Ho studiato filosofia e ho scritto "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo e lavoro fra Roma e Francoforte. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it