Laicità

Bambini senza aggettivi e il fondamentalismo religioso

“Gran Bretagna, polemica per bambina cristiana affidata a famiglie musulmane osservanti”. Così titola oggi repubblica.it. La bambina in questione, secondo il resoconto del Times riferito da Repubblica, sarebbe stata costretta a togliere il crocefisso che portava al collo, a imparare l’arabo perché la famiglia affidataria non parlava inglese, ad ascoltare frasi offensive sulla Pasqua e il Natale e sulle donne europee e pare che le sia stato impedito di mangiare una carbonara preparata dalla madre naturale perché conteneva maiale. Oltre a vivere in un contesto in cui le donne portavano addirittura in una caso il burqa. Bene, facciamo a capirci. Il problema qui non è affatto che una bambina cristiana sia stata affidata a una famiglia musulmana ma che una bambina (senza aggettivi) sia stata affidata a dei fondamentalisti (quell’“osservante” nel titolo sa molto di politically correct: ci sono una marea di musulmani “osservanti” che mai si sognerebbero di trattare in quel modo una bambina, figuriamoci di offendere il Natale o la Pasqua. È evidente che in questo caso si tratta proprio di fondamentalisti: a ogni cosa il suo nome), palesemente inadatti a svolgere il delicatissimo ruolo di famiglia affidataria. Per cui la domanda fondamentale è: come le selezionano famiglie affidatarie in Gran Bretagna? Secondo quali criteri?

Non sarebbe andata certo meglio se la bambina (sempre senza aggettivi) fosse stata affidata a una famiglia affiliata a qualche setta cristiana fondamentalista. Né tantomeno se la bambina provenisse da un ambiente musulmano, come se questo potesse significare un minor diritto ad avere una famiglia affidataria degna del ruolo. Dovremmo smetterla di parlare di bambini cristiani, musulmani, buddisti ecc. I bambini non hanno ancora compiuto la loro eventuale scelta di fede, semmai possiamo dire che sono cresciuti in ambienti cristiani, musulmani, buddisti ecc. E nostro compito dovrebbe essere quello di farli crescere in modo che possano compiere le loro scelte nel modo più autonomo e consapevole possibile.

Nel caso specifico, la responsabilità delle istituzioni è doppia. Si tratta evidentemente di bambini che hanno già una situazione difficile nella famiglia di origine, per cui hanno bisogno di trovare nelle famiglie affidatarie un ambiente il più accogliente possibile, dove per esempio si parli la loro lingua e dove ovviamente non vengano costretti a nessun atto di fede di nessuna religione. Ma per fare questo bisogna accettare un principio che di questi tempi non va molto di moda, quello della laicità.

11 Commenti

  • Buongiorno, dott.ssa Sciuto.
    Grazie per la sua riflessione. In parte, però, non mi trova d’accordo.
    Non credo che il migliore dei mondi possibili sia quello in cui i bambini vengono educati sospendendo, come in un limbo, la loro dimensione spirituale e religiosa, in attesa che una volta cresciuti possano fare scelte libere e consapevoli.
    Si può, a mio avviso, educarli serenamente anche alla partecipazione alla vita di fede di una comunità, ovviamente rispettando la gradualità della loro maturazione.
    In un contesto equilibrato e sereno la partecipazione ai riti religiosi (di qualunque religione) del bambino insieme ai suoi genitori non mi pare, di per sé, censurabile. Come si può essere educati a partecipare alla vita culturale, sociale e politica fin dalla più tenera età (ed è auspicabile!), così pure non trovo inadeguato che dei genitori che abbiano una appartenenza religiosa possano educare i loro figli anche in quella sfera della vita personale, a cominciare dalla preghiera in casa fino alla partecipazione alle celebrazioni comunitarie o al rispetto di un determinato codice morale.
    Quello che invece non trovo accettabile è il fondamentalismo, di qualunque matrice sia.
    Non lo è per gli adulti… figuriamoci se è imposto ai bambini, cristiani, ebrei o musulmani che siano.

    • Gentile Stefano, grazie mille per il suo commento. Non mi pare però che siamo poi così lontani. Quando scrivo che è “nostro compito dovrebbe essere quello di farli crescere in modo che possano compiere le loro scelte nel modo più autonomo e consapevole possibile” non intendo che i bambini non debbano in alcun modo partecipare alla vita (anche religiosa) della famiglia ma che questa sia offerta loro con apertura mentale e nel rispetto dell’autonomia del bambino. Il punto, a mio parere, è che per fare questo occorrono dei credenti “maturi” (e dunque laici).

  • Mi fa piacere che non siamo così lontani. Però le conseguenze che io traggo da quanto detto sopra sono che gli aggettivi “cristiano, musulmano o buddista” vicino al sostantivo “bambino” ci possano serenamente stare.
    Lei invece mi pare invitasse a smettere di fare abbinamenti del genere.
    Non mi sento un credente “laico”… spero comunque di essere maturo.
    Grazie ancora per lo scambio e la risposta “personalizzata”… 🙂

  • Faccia un semplice esperimento. Lei definirebbe “comunista” un bambino che cresce in una famiglia comunista, che va regolarmente alle feste dell’Unità e partecipa ai cortei dove vanno i suoi genitori? Sono sicura di no, parlerebbe tutt’alpiù di un bambino che cresce in un ambiente comunista. Ecco, la stessa identica cosa dovrebbe valere per le religioni, per le quali invece facciamo molto spesso delle eccezioni (provi a fare questo giochino con tante altre cose – dallÄinsegnamento della religione nelle scuole al battesimo – e scoprirà che le religioni godono di inspiegabili privilegi che ad altri settori della vita, altrettanto importanti, non sono giustament econcessi).

    • Lei ha ragione. Un bambino non potrei mai definirlo comunista, fascista o democristiano.
      Per quanto riguarda il cristianesimo, però, (per le altre religioni non ho competenza per rispondere) il discorso mi pare sostanzialmente diverso.
      Il cristianesimo non è solo osservanza di regole, appartenenza ad un gruppo, adesione ad una dottrina.
      Anzi… a dire il vero nella mia esperienza personale direi proprio che questi aspetti risultano del tutto secondari.
      L’essenza del cristianesimo è l’incontro con un Dio-amore che accoglie, perdona, salva.
      Questa esperienza un bambino la può fare certamente (tanto è vero che la Chiesa ha più volte riconosciuto la santità di bambini, ragazzi e giovani).
      Questa è l’esperienza che cerco di trasmettere ai miei tre figli quando (fin dalla più tenera età) ho pregato con loro e li ho invitati a venire a messa con me.
      Quanto all’ora di religione a scuola (qui le rispondo da ex insegnante di religione, tanti anni fa…) il discorso mi pare un altro. Come si possono capire Dante o i Promessi sposi, come si può studiare la storia dell’arte, senza avere i necessari rudimenti su quel cristianesimo di cui la nostra cultura europea e ancor più italiana, è intessuta?
      Naturalmente l’ora di religione non può e non dovrebbe mai essere catechismo: quello a scuola non si fa.

      • Gentile Stefano, mi scusi, ma il suo mi pare un ragionamento assai di parte.
        L’ora di religione in una scuola pubblica non dovrebbe essere l’ora di studio della religione cattolica, altrimenti coincide esattamente col catechismo, non prendiamoci in giro.
        In una scuola pubblica dovrebbe essere insegnata la storia delle religioni (plurale), da una persona che riesca a mantenersi equidistante da tutte, quindi o laica oppure capace di separare la propria sfera privata da quella professionale. Così, oltre ad apprezzare Dante e Manzoni (va bene Dante, ma Manzoni… c’è tanto tanto altro!), si avranno strumenti per apprezzare anche la storia dell’arte (tutta!), la letteratura (tutta), e qualche chiave di lettura per comprendere come va il mondo, basandosi sulla ragione e la conoscenza, non sulla fede.
        Esiste una morale universale, dei principi fondamentali di umanità, di rispetto dell’altro, di tolleranza e di solidarietà (la pietas dei Romani), che parlano a tutti in tutto il mondo, al di là delle etichette religiose. È questa morale universale che va coltivata e trasmessa tramite la pubblica istruzione.
        Le altre morali possono essere proposte, non imposte, al di fuori delle scuole.

  • Il problema vero è che non esistono religioni non fondamentaliste nei contenuti essenziali. Nell’abbeccedario di quella cattolica bisogna far credere ad un bambino che Lazzaro è resuscitato dopo tre giorni morto,

    che la madre fosse vergine, che tutti i morti scoperchieranno le tombe, che i pesci, i pani, il vino si possono moltiplicare, che i non battezzati non potranno andare in paradiso… Ecc. Ecc. Se tutto questo non è fondamentalismo nei confronti di qualunque bambino……

  • Gentile Stefano, sa qual è il vero problema? Che se i credenti fossero tutti come lei, non avremmo nessun problema… Aihmè le cose non stanno affatto così. Prenda la questione dell’insegnamento della religione: che lei personalmente non ne abbia fatto un catechismo, non toglie il fatto che l’IRC per com è oggi in Italia (ma il problema è tale e quale per esempio in Germania) è un insegnamento confessionale, tanto che gli insegnanti non sono “semplici” studiosi di religione o di storia delle religioni ma devono soddisfare anche requisiti prettamente confessionali e avere il nulla osta del vescovo, con una ingerenza diretta e surreale di una istituzione ecclesiale nella scuola pubblica. È del tutto ovvio che il cristianesimo come importante fenomeno storico e sociale che ha profondamente segnato la storia dell’Italia e dell’Occidente debba essere insegnato nelle scuole, cin mancherebbe. Ma non come insegnamento confessionale, ma come insegnamento storico-critico al pari di tutti gli altri. E aggiungendo anche lo studio delle altre religioni maggiori, alcune delle quali – mi riferisco in particolare all’islam – hanno segnato anch’esse in maniera importante (e continuano a farlo) la nostra storia. Quanto all’esperienza religiosa dei bambini: non mi addentro in discussioni teologiche che non mi competono, ma ammetterà che la frase “L’essenza del cristianesimo è l’incontro con un Dio-amore che accoglie, perdona, salva” è completamente priva di senso da un punto di vista di un non credente e che io possa nutrire seri dubbi sul senso che un bambino possa dare a una tale esperienza: cosa deve farsi perdonare un bambino? da chi? da cosa deve essere salvato? Perché creare nel bambino sentimenti di peccato e colpa che non gli sono certamente innati? Perché questo Dio, prima di accogliermi, pretende che io riconosca che ho peccato? Ma questo, appunto, è un discorso che esula da questo proficuo scambio, per il quale la ringrazio.

    • Sono che io che ringrazio lei per il tempo e lo spazio che mi ha dedicato.
      Non voglio monopolizzare il dibattito, in uno spazio in cui mi sono “intrufolato” come ospite.
      Non le nascondo che alcune delle domande che lei mi pone mi spingerebbero a continuare nella risposta, perché entrano nel vivo dell’esperienza religiosa e degli equivoci più diffusi e difficili da sradicare in merito alla fede, e perché la convinzione che fede e ragione non siano affatto in antitesi è una di quelle che sento più profondamente vere per me (altrimenti sarei scisso ed alienato 🙂 ).
      Purtroppo spesso siamo proprio noi credenti ad alimentare quegli equivoci, vivendo e diffondendo una visione della fede meramente moralistica e, sotto sotto, atea.
      Un Dio che “pretende” il mio pentimento in cambio della sua misericordia non è quello del Vangelo: anzi, è proprio quella visione della religione che Gesù Cristo è venuto a smontare.
      Qui però il discorso davvero si farebbe lungo (come del resto quello sulla presunta incapacità dei bambini di scegliere per il bene o per il male, o quello sull’ora di religione), e non è questo il luogo per continuarlo.
      Mi scusi per la lunghezza e ancora grazie per la sua squisita ospitalità.

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Chi sono

Sono redattrice di "MicroMega" e collaboro occasionalmente con altre testate del Gruppo Editoriale L'Espresso. Ho studiato filosofia e ho scritto "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo e lavoro fra Roma e Francoforte. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it