SESSISMO

Caso Weinstein: il re è nudo (e non è una questione morale)

(Richard Shotwell/Invision/AP, File)

Il dibattito sulla vicenda Weinstein (perché si tratta della vicenda Weinstein, non di quella Asia Argento, tanto per cominciare) ha deviato da quello che è il nócciolo della questione – un uomo di potere che pretende prestazioni sessuali per favorire, o anche solo per non ostacolare, la carriere di diverse donne – verso una serie di considerazioni moraleggianti su quanto è brutto sporco e cattivo l’ambiente del cinema e su quanto, in fondo, queste donne in qualche maniera conoscessero questo mondo e stessero al gioco.

Senza arrivare al livello immondo di Libero, che giustamente Asia Argento ha querelato, in molti – anche nel mondo progressista – hanno puntato il dito contro queste attrici che prima avrebbero approfittato della situazione, magari con disgusto ma comunque sfruttandone i vantaggi, denunciando solo a distanza di molti anni, ormai all’apice del successo e quando dunque non avevamo più molto da perdere.

Ma porre la questione su questo livello è scorretto: la discussione non va condotta sul piano della morale, ma su quello dei diritti.

La morale ha a che fare con il mondo di valori a cui ciascuno di noi ispira la propria vita, e spesso giudica quella degli altri. Il che, nel proprio foro interiore, è perfettamente legittimo, serve a ciascuno di noi per orientarsi nel mondo, per relazionarsi con altri, per educare i propri figli.

Il livello dei diritti, invece, è pubblico, ha a che fare con quella cornice di princìpi fondamentali su cui tutti, si spera, dovremmo convergere, per garantirci una reciproca civile convivenza. Che una donna (una persona in generale, ovviamente, ma il caso riguarda molto più spesso le donne) abbia il diritto di non subire nessuna pressione, nessun ricatto – più o meno esplicito – da parte di uomini più potenti, che sfruttano l’asimmetria di potere per pretendere prestazioni sessuali in cambio di avanzamenti di carriera, dovrebbe far parte dell’abc condiviso dei princìpi fondamentali, e non dovrebbe avere nulla a che fare invece con lo stile di vita – che ci può piacere o meno – condotto dalla donna in questione, né con le sue scelte successive, compresa quella di continuare a lavorare con il suo stupratore e di denunciare vent’anni dopo.

Dalla prospettiva dei diritti, e non da quella della morale, non dovrebbe essere neanche concepibile non stare dalla parte di Asia Argento e delle altre attrici che hanno denunciato Weinstein, scoperchiando un vaso di Pandora che ha scosso Hollywood: sì, è vero, in quel mondo funziona in parte così, ma qualcuno ha finalmente urlato “il re è nudo”, e nessuno ha potuto più far finta di nulla. Perché queste donne si siano comportate così è affare che non ci riguarda affatto, o che tutt’al più può riguardare il nostro mondo morale.

Il victim blaming, la colpevolizzazione della vittima, è una forma particolarmente subdola di violenza e spiega di per sé il motivo per cui molte donne – incluse alcune delle attrici protagoniste di questa storia – non parlano, o parlano con molto ritardo, quando magari hanno raggiunto la maturità necessaria per affrontare anche questo calvario.

Ed è un meccanismo che abbiamo interiorizzato tutti – e tutte. Di recente mi è capitato di parlare con una donna vittima di stalking da parte del compagno, la quale continuava a ripetermi: “Credimi, io non ho fatto nulla, giuro, non gli ho dato nessun motivo di essere geloso”. Io ho provato a farle capire che, anche se avesse avuto dieci amanti, lui non ha comunque nessun diritto di perseguitarla, di controllarle il telefonino, di impedirle di vedere le amiche, di violare la sua libertà e dignità. Eppure lei faceva una gran fatica a dissociare le due cose, implicitamente dunque ammettendo che quelle donne che si comportano in maniera diversa da lei in qualche modo si meriterebbero una reazione persecutoria di lui.

È questo lo scoglio più grande da superare per affrontare il tema della violenza sulle donne: la rivendicazione della propria inviolabile autonomia e libertà, a prescindere dallo stile di vita che ciascuna liberamente sceglie per sé e dalle scelte di vita che ciascuna autonomamente compie.

21 Commenti

  • Finché si parla di Asia Argento e degli altri vip l’attenzione regge, sennò decade. La conseguenza è che si continua a dividerci inevitabilmente tra Asia si e Asia sulla base anche di elementi che non c’entrano col caso. Invece il problema è molto più ampio. Ampio in tutti i sensi. Ci sono altri produttori e potenti oltre a Weinstein come sottolinea Mia Farrow. Non solo Hollywood, c’è tutto uno show business. Al di là dello showbusiness c’è tutto un mondo di rapporti di forza che incide sulla vita e sul lavoro delle donne. Va poi notata un’ultima cosa: se rimane solo una faccenda da gossip sarà difficile che abbia conseguenze se non, forse, in pochi ristretti ambienti. Ora lo sforzo che dovrebbero fare i giornalisti è di allargare lo sguardo al resto del mondo dove gli scambi scambi sessuali possono riguardare tutti gli ambiti, dalla politica alle aziende di pulizie.

  • Articolo molto equilibrato e profondo. Concordo su tutta la linea: la parità dei sessi è ancora al di là da venire e le forme di violenza sono ben dissimulate, a cominciare dai media…

  • Ecco, è proprio questo il nocciolo della questione: i diritti. Non aggiungo altro perché l’articolo centra in pieno tutta la questione. Grazie.

  • Pienamente d’accordo: finché dura l’asimmetria di potere tra uomini e donne i diritti di queste ultime verranno sempre compressi e la cultura maschile, anziché battersi per la parità di diritti, cercherà sempre il facile consenso sui “vantaggi” che le donne traggono dalla disparità, e pazienza se ci scappa qualche violenza…

  • Lungi da me giustificare Weinstein o condannare i costumi di Asia Argento.
    Ma faccio una domanda, per capire: il fatto che una donna accetti certi compromessi e poi, dopo vent’anni, dica di essere stata stuprata, non è un po’ un controsenso?
    Giuro che non ho un’opinione precisa sulla vicenda, se non il fatto che ciò che ha fatto Weinstein sia esecrabile, ma, a prima vista, mi pare che Asia Argento non possa essere considerata del tutto attendibile in questo frangente. Poi sarò felice di cambiare idea, ci mancherebbe. Però secondo me, se sei consenziente per decenni, liberissima di fare ciò che vuoi, ma poi usare la parola stupro per i rapporti sessuali che hai avuto per lavorare mi pare un po’ forte.

    • Scusa, eh, ma il tuo è il classico commento da “uomo” che proprio non ce la fa a scuotersi di dosso il suo strato di pregiudizi. Prova per un momento, se ce la fai, a metterti nei panni di una ragazza o donna che sia, che subisce una cosa del genere. E poi vedi se saresti capace di dimenticare la vergogna, l’umiliazione, la paura, e di dire pubblicamente quel che ti è successo. Considerando che gli eventuali rappresentanti delle forze dell’ordine, quasi sempre uomini, come prima cosa ti accuserebbero di “essertela cercata”. Mi fermo qui perché gli atteggiamenti come il tuo mi fanno talmente imbestialire che correrei il rischio di diventare volgare e maleducata.
      Ma voglio invece ringraziare l’autrice dell’articolo per la sua chiarezza, intelligenza e comprensione

  • Ti ringrazio della chiarezza, di cui io non sarei stato mai capace, nell’esaminare questo fenomeno. Sono perfettamente d’accordo con te e in qualche modo mi sento quasi risarcito dell’amarezza provata nel leggere sui diversi social commenti miserandi a sostegno dell’acora più miseranda teoria del “se la sono andata a cercare”. Caro Marcos delle ore 12.41, non è vero non è mai troppo tardi, nè tanpoco troppo comodo

  • Nulla da aggiungere. Un pensiero completo, esaustivo, giusto! Ma tutto questo non basta. Bisogna educare e lasciarsi educare al rispetto. Nessuno ha diritto di giudicare le scelte altrui. Nessuno ha diritto a schiacciare chi si ritrova a chiedere una gentilezza, un aiuto, una mano!

  • Questa vicenda mi sembra un insulto alle donne che sono vittime di stupri. Quelli veri. Quelli che ti macchiano per sempre. Non mi piace sentire la parola stupro sulle labbra di chi,solo dopo molti anni,decide di raccontare . Di chi poteva rifiutarsi,ma non lo ha fatto. Per avere,in cambio favori e successo. Di chi ha,comunque,continuato ad avere rapporti consenzienti. Io,a 19 anni,trovai il lavoro dei miei sogni. Purtroppo avrei dovuto passare dal letto del capo per continuare. Ho sbattuto la porta e me ne sono andata. Si puó anche dire no . Poi,ognuno fa le proprie scelte,ma per favore, non chiamatelo stupro. Lo stupro é,purtroppo,ben altro!!!

    • cara patrizia, mi permetto di osservare che lo stupro (quello vero, come dici tu) non ti macchia.E’ la società in cui viviamo , dove la verginità è ancora un valore, e dove i fatti della nostra vagina sembrano di dominio pubblico, che giudica macchiata la persona stuprata.Ma la macchia ce l’ha lo stupratore, incapace di conquistare il piacere sessuale con pratiche di corteggiamento e seduzione

      • Non mi pare che la tua risposta sia pertinente all’osservazione fatta. Lo stupro violento, al quale devi soggiacere, è una cosa, il ricatto sessuale che ti porta ad accettare la situazione un altracosa. E non mi pare che si debba parlare di vagina. Questa è una visione distorta e partigiana del problema

  • Tutto giusto, tutto condivisibile. Rimane un dubbio, che non è quello dei “mah … vent’anni dopo???”. Il dubbio è: “il re è nudo, sì … ma solo quando non ha più alcun potere???”

  • è un diritto anche quello delle donne che non vanno a letto per far carriera di non vedersi superate da quelle che ci vanno

  • Grazie per aver portato l’argomento sul piano del diritto.
    E’ su questo piano che si deve condurre la battaglia.
    E’ una battaglia di tutti, uomini e donne, umani, civili, sociali.
    Noi donne ricordiamo però quanto sia fondamentale il nostro ruolo di educatrici nei primi anni di vita dei figli, determinanti nel percorso formativo.
    L’esempio e non le parole modificano e plasmano lentamente le nostre vite e le nostre comunità.

  • ridicolo, certi ambienti sono cosí, ma non denunci finché ti fa comodo, lo fai quando hai raggiunto il tuo obiettivo o quando i media non ti si filano…Asia Argento é una poveraccia che senza il cognome che porta sarebbe ai margini della società

  • L’articolo di Cinzia Sciuto è ineccepibile nella sua messa a fuoco del “diritto” di ogni donna a ricevere il rispetto che merita in ogni circostanza, e senza condizioni.
    Tuttavia, io sono convinto che ogni diritto, per essere realizzato, necessiti di una presa di responsabilità da parte del soggetto che intende avvalersene.
    Io sono un uomo, e odio lo stupro come disprezzo gli stupratori, senza condizioni. Provo altrettanto disprezzo per quei finti uomini che per strada molestano le donne con dei “complimenti” che, oltre ad offendere le donne stesse, fanno davvero poco onore a tutta la categoria del sesso maschile.
    Ma mi sento di distinguere tra la vittima pura e semplice di uno stupro, e la persona (uomo o donna) che cede a un ricatto per non compromettere la propria posizione professionale.
    A meno che non ci sia una precisa violenza fisica, che impedisca alla persona offesa di sottrarsi materialmente all’abuso, io credo che avere il coraggio di dire no – rinunciando ai vantaggi conseguenti alla accettazione del ricatto – sia un valore che tutti, uomini o donne, dovrebbero responsabilmente perseguire.

    Io faccio l’attore. Nessuno conosce il mio nome. Probabilmente ciò può doversi a scarsa fortuna o capacità: ma ricordo bene di essere stato avvicinato in passato da uno dei registi più importanti del mondo, che manifestò nei miei confronti un interesse ben diverso da quello artistico, ben sapendo quale promessa implicita contenesse il suo interesse per me.
    Non ho ceduto.
    Non ho fatto carriera, ma sono fiero di quella scelta, e lo rifarei.
    Non c’è bisogno di essere una donna per avere un onore, e volerlo tenere al proprio posto.

    Lo stupro vero e proprio, al contrario, è un male assoluto, che non potrò mai giustificare.
    C’è solo una riflessione, che offro sinceramente a me stesso, e a chi legge: se io sapessi di andare in un ambiente pieno di borseggiatori, sarei saggio a circolare con soldi e gioielli in bella vista?…

    A scanso di equivoci: chi ruba è il ladro, e il derubato è la vittima!…
    Ma per quanto io possa invocare il diritto di vivere senza temere attentati al mio patrimonio, rimane la dura realtà nella quale il mondo è ancora pieno di ladri, che non spariranno per semplice obbedienza al mio desiderio.
    Non c’è legge o regola morale che possa cancellare il male che gli altri possono farmi. E’ mio compito regolare il mio comportamento per sottrarre me stesso alla stupida, inaccettabile, ingiustificabile violenza altrui.

  • Da leggere il libro di Graziella Priulla “Viaggio nel paese degli stereotipi”un dizionario dei luoghi comuni che riguarda strettamente la questione sessista e il linguaggio ad esso correlato. Un buon libro per fare chiarezza sui tanti pregiudizi che ancora colpiscono le donne tramite il linguaggio e come questo linguaggio faccia dimenticare che i tanti casi come quello citato attengano alla sfera del diritto e non della morale.

  • Grazie Cinzia per la chiarezza e univocità della sua voce su tutte le questioni che riguardano la realtà della donna nel nostro mondo contemporaneo ,non é facile perché il mondo é diventato grande e le tentazioni di lasciarsi sedurre sono tante.Ho scoperto da poco il suo blog e ne sono felice perché lei mostra intelligenza preparazione e passione .Grazie,la seguirò volentieri nel suo lavoro difficile ma davvero necessario.

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Chi sono

Sono redattrice di "MicroMega" e collaboro occasionalmente con altre testate del Gruppo Editoriale L'Espresso. Ho studiato filosofia e ho scritto "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo e lavoro fra Roma e Francoforte. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it