Laicità

Sulla normalizzazione dell’hijab: lettera aperta (con risposta) al direttore del Museo Egizio di Torino

Il Museo Egizio di Torino ha promosso una encomiabile iniziativa rivolta ai cittadini di lingua araba. Ma se – come il direttore ha correttamente spiegato a Giorgia Meloni, che davanti al museo aveva inscenato una sconclusionata protesta – la lingua araba non coincide con la religione musulmana, perché nella campagna fatta per la promozione di questa iniziativa è stata scelta una donna con l’hijab? Una mia lettera aperta al direttore, con la risposta del Museo e una mia replica.

 

Lettera aperta al direttore del Museo Egizio di Torino

Gentile dott. Greco,

forse suo malgrado, lei è stato, in quanto direttore del Museo Egizio di Torino, al centro delle cronache in questi ultimi giorni a causa di una protesta inscenata proprio davanti il museo dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che contestava la vostra campagna “Fortunato Chi Parla Arabo”, grazie alla quale, si legge sul vostro sito, “dal 6 dicembre 2017 al 31 marzo 2018 i cittadini di lingua araba potranno entrare in 2 al costo di un biglietto intero”.

La sconclusionata protesta di Meloni si è trasformata in un boomerang per la leader di Fratelli d’Italia e in un, forse inaspettato ma certamente meritato, momento di autopromozione per lei e per il suo museo. In un gran frullatore in cui Meloni confondeva – temiamo più per malafede che per ignoranza – la lingua araba con una fantomatica “etnia” o la identificava tout court con la religione musulmana, lei ha avuto gioco facile a controbattere che l’arabo lo parlano milioni di persone, in paesi diversi, di etnie diverse e di religioni diverse. A Giorgia Meloni forse dispiacerà sapere che ci sono moltissimi cristiani di lingua araba in giro per il mondo, ma tant’è. Anche l’argomento che la promozione sarebbe “discriminatoria” lascia il tempo che trova, visto che le promozioni rivolte a specifici gruppi – e dunque per definizione “discriminatorie” rispetto agli altri – sono un classico di tutti i musei e in generale delle istituzioni culturali. Sconti per studenti, anziani, per specifiche professioni ecc. Se volesse essere davvero equa, Giorgia Meloni dovrebbe venire a protestare davanti al suo museo anche oggi, giorno di San Valentino, in cui le coppie pagano un solo biglietto. Ma forse questa “discriminazione” a Meloni sta bene, lei è per la famiglia tradizionale (speriamo però non si accorga che le “coppie” che beneficiano della promozione sono di tutti i tipi, basta infatti essere in due e il gioco è fatto).

Eppure, gentile dott. Greco, a me rimane una domanda alla quale lei spero voglia rispondere: se, come lei giustamente ha fatto notare a Meloni, la lingua araba non coincide con la religione musulmana, perché nella campagna fatta per la promozione di questa iniziativa è stata scelta una donna con l’hijab? Lei sa molto bene che l’hijab – seppure nella sua storia sia stato utilizzato anche in altre culture e religioni e il velo abbia una lunga tradizione anche nel mondo cristiano – è oggi inscindibilmente legato alla religione musulmana, e in particolare a quelle interpretazioni più ortodosse dell’islam. Le immagini di una campagna vengono scelte con il preciso obiettivo di far “identificare” le persone a cui ci si rivolge, hanno un valore al tempo stesso “descrittivo” del soggetto ritratto e in un qualche senso “normativo”, perché individuano una sorta di “modello standard”. Sono abbastanza sicura che, se domani il Museo Egizio dovesse fare una promoziona rivolta, per esempio, agli irlandesi, non sceglierebbe mai di mettere una croce sulla sua campagna di promozione, nonostante lo “stereotipo” dell’irlandese sia strettamente associato alla fede cattolica. Nello scegliere un’immagine per la propria campagna si comunica molto più di quello che si fa con le parole. Ed è una scelta, in un senso molto lato, politica.

La mia preoccupazione è che quella immagine non faccia che alimentare proprio quella confusione che – Meloni docet – schiaccia il mondo arabo sull’islam e, a sua volta, l’islam sulla sua versione più ortodossa. Così come non tutti gli arabi sono musulmani, infatti, non tutte le donne musulmane portano il velo e, rovesciando l’argomento, non è il velo a fare di una donna una musulmana. A meno che non vogliamo accettare la narrazione dominante dei fondamentalisti, per i quali invece una “vera” musulmana non può che portare il velo.

Io temo che quella immagine tagli fuori dal target della campagna tutte le donne arabe che non si riconoscono nello stereotipo della “musulmana col velo” e che, quindi, al di là delle intenzioni, non faccia che alimentare stereotipi, contribuendo a “normalizzare” simboli religiosi che invece in molti contesti vengono oggi messi in discussione. E temo anche che sia la dimostrazione di come una certa narrazione semplificatrice, che categorizza le persone secondo un preciso stereotipo, si stia pericolosamente radicando nelle nostre società.

***

La risposta del Museo:

Buongiorno,

La ringraziamo per la sua lettera che ci offre l’occasione di motivare la nostra scelta.

La campagna “Fortunato chi parla arabo” è stata realizzata in collaborazione con Etnocom, un’agenzia specializzata in comunicazione etnica a cui abbiamo affidato un’analisi del target prima di definire la costruzione del messaggio e dell’immagine promozionale.

Ciò che si evince dalle rilevazioni è che oggi in Italia risiedono regolarmente circa 650.000 persone provenienti dal Maghreb, considerando Egitto, Marocco, Algeria e Tunisia; anche questi target della nostra campagna.

Ci siamo primariamente rivolti agli arabofoni risiedenti a Torino e Provincia ma con i canali web abbiamo naturalmente allargato i destinatari della campagna.

Di questo potenziale target più del 95% è di fede e di cultura islamica/musulmana: dovendo raffigurare la famiglia tipo araba residente in Italia, è emersa la necessità di fare una rappresentazione comune nella quale questo 95% di target potenziale si potesse identificare.

Siamo d’accordo che non tutte le donne musulmane indossano il hijab, ma dovendo scegliere un’immagine iconica e soprattutto riferita allo specifico target della nostra campagna abbiamo scelto una coppia in cui la donna è velata.

Dal punto vista culturale, comunque il hijab (anche per i non praticanti e che quindi non lo indossano), è un elemento chiaro che riconduce alla cultura araba e quindi arabofona.

Ringraziandola per l’attenzione e per le belle parole che ci ha scritto, Le porgiamo i nostri migliori saluti.

Paola Matossi L’Orsa (Responsabile Ufficio Comunicazione & Marketing e Relazioni Esterne Museo Egizio)

***

La risposta del Museo Egizio di Torino non fa che confermare il timore che avanzavo nella mia lettera aperta al direttore: “dovendo scegliere un’immagine iconica” del target della campagna – che, lo ribadiamo, non sono i musulmani ma gli “arabofoni risiedenti a Torino e provincia” – è stato scelto un simbolo religioso straordinariamente carico di significato e fortemente legato all’islam (soprattutto quello più conservatore), sia nella realtà sia nell’immaginario collettivo (che è quello che gioca un ruolo centrale nella scelta delle immagini in una campagna pubblicitaria), non solo dunque accettando passivamente ma alimentando lo stereotipo che schiaccia l’“arabo” sul musulmano. Anzi, meglio, l’“araba” sulla musulmana: si è infatti scelta, spiega la responsabile comunicazione del Museo, “una coppia in cui la donna è velata”, affidando sostanzialmente proprio al velo il compito di individuare il target, mentre l’uomo ritratto nel manifesto è completamente privo di qualunque segno che lo riconduca alla cultura araba nello specifico, a meno di non voler considerare tali i tratti somatici vagamente mediterranei.

Quella del Museo è stata una pigra “scorciatoia”, dettata da un’agenzia di comunicazione che ha assunto acriticamente uno stereotipo e lo ha applicato senza porsi il problema in senso lato “politico” che questa scelta – come ogni scelta di comunicazione – comporta. Scorciatoie che i pubblicitari prendono spesso e volentieri, e che infatti sono sovente oggetto di critica.

Il fatto che quello stereotipo rispecchi largamente la grande maggioranza della popolazione di lingua araba residente in Italia non cambia il fatto che assumerlo significa rafforzarlo, ignorando il valore simbolico e il significato che il velo – anche al di là della scelta delle singole donne, che possono portarlo per i motivi più diversi – si porta appresso. Il tentativo in atto è esattamente quello di svuotare di significato il velo, riducendolo a puro elemento dell’abbigliamento tipico della “cultura araba”, ignorando che esso è indossato (a volte per scelta, molto spesso per imposizione) da molte musulmane nel mondo (e anche in Italia) che con la cultura araba non hanno niente a che fare, e riducendolo dunque a un “pezzo di stoffa”. Ma il velo non è un semplice pezzo di stoffa. Trattarlo come se lo fosse sarebbe, oltre che scorretto, anche offensivo nei confronti di chi lo porta, come sarebbe offensivo nei confronti dei cristiani affermare che la croce è un semplice elemento decorativo appeso alle pareti.

Anche il fatto che la risposta sia stata affidata all’Ufficio comunicazione e marketing la dice lunga: è un modo per sottrarre a questa scelta il suo valore politico, riducendola a una mera decisione “tecnica” operata da dei “professionisti della comunicazione”. Professionisti che però non hanno capito – o fanno finta di non capire – che con la comunicazione, oggi più che mai, si fa politica, persino quando si tratta di pubblicità di prodotti commerciali, figuriamoci quando in ballo ci sono enti di promozione culturale.

L’oggetto della mia critica non era – val la pena chiarirlo perché in alcuni commenti alla lettera affiorava questo equivoco – il diritto delle singole donne a indossare il velo, ma la scelta comunicativa di una istituzione culturale che decide consapevolmente di assumere lo stereotipo araba=musulmana-col-velo e, con ciò facendo, di alimentarlo, invece di contribuire a disinnescarlo. Una scelta che, non intenzionalmente ma non meno colpevolmente, si traduce in indifferenza nei confronti di tutte quelle donne che quotidianamente, sia nei paesi in cui il velo è obbligatorio (come in Iran) sia in Europa a causa della enorme pressione che molte di loro subiscono in famiglia o nelle loro comunità, portano avanti una battaglia di emancipazione. Nel porsi il nobile intento di far sentire accolte le donne che portano il velo, questa scelta rischia di far sentire più sole, per esempio, tutte quelle ragazze che stanno combattendo contro l’imposizione dell’hijab da parte della propria famiglia, invece di incoraggiarle. Non c’è alcun dubbio, infatti, che ci siano molte donne – specie in Occidente e specie nelle classi sociali più alte – che indossano l’hijab in maniera del tutto libera. Ciò non toglie che si tratta di simbolo altamente controverso, sia in Europa sia nei paesi a maggioranza musulmana, il cui nesso con la condizione di subordinazione della donna e con l’esigenza di “modestia” che le viene richiesta non può essere cancellato con un colpo di spugna. Significati che hanno sempre accompagnato il velo in tutte le culture in cui è stato usato: «L’uomo non deve coprirsi il capo», scrive Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (11, 3-10), «poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli». Un segno di “dipendenza” e modestia che una donna può anche scegliere liberamente, ma che non si può ridurre a un semplice pezzo di stoffa.

Cinzia Sciuto

34 Commenti

  • Sarebbe interessante fare un sondaggio fra le islamiche che si trovano in Italia per sapere che percentuale di loro indossa il velo o altro. Voi forse potete.

  • Condivisibile e apprezzabile in tutto e per tutto. Lo zelo, scusate il gioco di parole, a volte ci fa velo. Fermarsi a meditare, grazie a questi opportuni argomenti, fa bene, fa molto bene a tutte e a tutti noi, quale che sia il nostro compito nella vita. Grazie

  • quante storie per una buona iniziativa e la signora meloni, in tempo di elezioni, non poteva certo mancare la succulenta polemica …..comunque la pubblicità, a tutto tondo, non sempre riproduce esattamente il target di persone alle quali si rivolge, perchè spesso viene edulcorata, abbellita e, qualche volta, ci rimanda a situazioni non del tutto attinenti alla realtà!!

  • Dissento. L’immagine non è semplice identificazione; essa si iscrive in un dato contesto di lettura. Per ciò, se quello a cui si punta, è avvicinare due contesti che, solitamente, si autoescludono, non ci si rivolge a coloro che, già, si identificano, bensì all’altro.

  • Condivido in toto il contenuto della lettera inviata al Dott.Greco direttore del Museo Egizio di Torino.Io personalmente considero il velo un atto di sottomissione all’uomo e non a Dio altrimenti il velo dovrebbe essere indossato anche dall’uomo.

  • Condivido il concetto espresso nella lettera aperta indirizzata all’intelligente direttore del Museo Egiziano, ma penso che la comunicazione abbia le sue regole, non sempre giuste, e quindi la necessità di trasmettere un messaggio attraverso un’immagine immediata. Certo che l’hijab non spiega le differenziazioni che ci sono tra i popoli parlanti arabo, ma non se ne può far carico un poster. E poi, in caso contrario, chi le dice che non si sarebbero offese tutte quelle donne che liberamente indossano il velo?

  • Meravigliosamente d’accordo, Animabella. Obiettiva, precisa, professionale.
    Mi congratulo di leggere chi sa usare lo strumento linguistico, soprattutto scritto, con tanta eleganza e nello stesso tempo alla portata di quanti hanno meno dimestichezza con la parola.

  • giustissimo commento che l’intelligente direttore Greco sarà certamente disposto a prendere in considerazione. Forse ha voluto significare che anche le donne velate erano ben accolte, malgrado il velo, proprio perché non si pensasse che le velate erano escluse o che erano ammesse solo le non velate. Forse la soluzione sarebbe stato mettere due donne una velata e l’altra no, e un uomo con il copricapo maschile che pure esiste e che a nessuno da noia.

  • La mia impressione è che si critichi sempre tutto quello che viene “fatto” non importa il motivo.
    Belle le osservazioni della giornalista, e vorrei chiarire che non le considero una “critica” a vanvera.
    Considero questa operazione un avvicinamento al nostro modo di vedere la storia, non buttiamo, non distruggiamo, il passato da qualsiasi parte venga. Non facciamo come gli integralisti mussulmani che distruggono monumenti opere d’arte ecc.(del passato, dei crociati e del modo in cui la chiesa ha catechizzato il mondo ne parliamo a parte). Credo che far vedere a gente nata e vissuta in quei luoghi che la storia dei loro predecessori e l’arte che sono stati in grado di produrre noi la vogliamo vedere e onorare per quello che ha dato a noi tutti. Forse potranno vederla come una appropriazione indebita, ma nel mezzo del deserto, coperte dal tempo e dalle dune, o ricoperte di acqua delle moderne dighe non avrebbero fatto una fine migliore.

  • In via di principio, niente da eccepire. Nel caso specifico, però, il valore dell’iniziativa meritava di avere un plauso molto più forte e un distinguo più tenue e meno perentorio.

  • Ho dovuto sforzarmi a comprendere la pochezza della rappresentante di F. d’Italia, possibile che anche al suo interno non ci sia stato alcuno che le abbia detto che era una mossa stolta, uso degli eufemimsmi! Siamo costretti ormai ad essere rapresentati da una mediocrità ed ignoranza terribile, non avrei mai pensato che un giorno anch’io potessi arrendermi e dire che la classe politica e non solo … ahimè! Ci metto anche una buona fetta di dirigenti: è impresentabile!! Si è persa la decenza del pensiero, chi fra loro racconta ed esterna quei ragionamenti non ha più vergogna. Gli oppositori poi, al pari, tacciono non riescono neanch’essi a capire e rincarano raccontando altre sciocchezze, mentre ci vorrebbe così poco a far capire, a noi amministrati, che non tutti son così come la Meloni & Co., Viva Livorno che ha scritto ” + musei – meloni ” . Edmondo Pecchioli

  • L’ iniziativa del museo Egizio è tutt’ altro che encomiabile, perché discrimina gli Italiani. E la città di Torino non è nuova alle scelte che privilegiano gli stranieri. Costi che poi ricadono su di noi, naturalmente!
    E a proposito del velo islamico, l’ Italia non dovrebbe neanche accogliere chi ostenta un simbolo dell’ inferiorità femminile rispetto all’ uomo. La nostra Costituzione prevede parità di diritti-doveri tra uomo e donna, e l’ islam più che una religione è una setta e dovrebbe essere trattata come tale. Infatti nessun’ altra “religione” è così retrograda.
    Se lei, Cinzia Sciuto, si occupa di diritti civili, perché invece non fa una bella campagna a favore del Comitato No Lombroso, che da anni si batte per eliminare il nome di uno pseudoscienziato dal museo di Criminologia torinese, perché ebbe un solo “merito” : quello di inventare la teoria delle razze, secondo cui i Meridionali sono esseri inferiori. Lei che lavora anche a Francoforte, cosa ne direbbero i Tedeschi se un loro museo portasse il nome di un nazista? In fondo i nazisti hanno utilizzato le teorie dello “scienziato” Lombroso!
    La questione di questo museo, è di gran lunga più importante del fatto dell’ Egizio.

  • La promozione del Museo Egizio è rivolta ad un pubblico di persone di lingua araba ed è rivolta, evidentemente, a persone che si trovino stabilmente o temporaneamente a Torino e dintorni (nessuno parte da Riyad per venire a visitare un museo torinese solo perché gli si offre uno sconto sul costo del biglietto di ingresso).
    Una parte rilevante delle donne di lingua araba che si trovano da noi – per fede religiosa o, più semplicemente per consolidata abitudine propria della loro cultura – indossa abitualmente l’ hijab.
    Trovo quindi naturale che, per connotare sinteticamente la donna rappresentata su un manifesto come una persona “di lingua araba”, la si raffiguri con l’hijab, senza che ciò suoni per forza come una approvazione verso la cultura della sottomissione femminile cara al pensiero tradizionale islamico. Infatti la donna raffigurata nel manifesto, pur indossando l’hijab non esibisce un atteggiamento pudico o sottomesso, ma ha uno sguardo e un atteggiamento franco e spontaneo al pari del suo compagno di sesso maschile.
    Un ipotetico manifesto che, ad esempio, fosse rivolto ai visitatori svedesi di un museo iraniano non dovrebbe certo usare l’immagine di una donna bionda con gli occhi azzurri ……… e con la testa coperta da un hijab, (anche se qualche svedese – non certo la gran parte delle svedesi – magari l’ hijab lo indossa).
    Da “laico convinto” ricordo che le parole “inclusione” e “assimilazione” non sono sinonimi, e che, così come i simboli hanno una forte valenza culturale (non sempre positiva), valenza altrettanto forte (anch’essa non sempre positiva) può avere una sistematica “guerra ai simboli”.

  • Condivido tutto tranne la pignola osservazione sulla foto. Se il direttore avesse fatto mettere la foto di una donna araba senza lo hijab, avrebbe discriminato le musulmane convintamente e non forzatamente osservanti?

  • Un grande plauso al direttore Greco,non penso affatto che con l’immagine sul poster volesse dare un significato preciso e simbolico,penso volesse rimarcare la finalità dell’iniziativa,come del resto le mille che ha messo in atto dal suo arrivo a Torino.Mi piacerebbe che i commenti arrivassero anche dalle persone interessate alla discussione in atto. Con il più grande rispetto verso tutte le culture credo che l’accettazione “dell’altro” passi anche attraverso questi magnifici scambi.

  • Sono d’accordo in tutto. Chi parla Arabo non e’ necessariamente musulmano. Chi e’ musulmano non e’ essenzialmente integralista. Chi e’ integralista non e’ necessariamente terrorista. Chi e’ terrorista e’ necessariamente pazzo criminale a prescindere dal credo religioso o politico. La donna che vuol portare il velo non ha necessariamente la Hijab, puo’ semplicemente vedersi brutti i capelli o preferisce un look a capo coperto, scelte sue che prescindono dalla sua fede.
    Ma un manifesto generalista deve necessariamente essere neutro. Avrebbe messo una signora in monokini?

  • Come già osservato in un altro commento: la pubblicità ha il suo linguaggio che deve essere immediato e diretto. Non credo che una coppia irlandese – come più sopra scritto – sarebbe stata raffigurata con una croce, semmai con i capelli rossi (uno stereotipo più comprensibile). Se il direttore dovesse fare un’iniziativa in favore dei residenti della città del vaticano metterebbe – lo dico con ironia – due guardie svizzere. In favore degli abruzzesi? Due arrosticini… insomma il iinguaggio pubblicitario deve essere diretto e ,se possibile, ironico, accattivante. Mi ricordo le tante signore anziane che anche nella mia regione giravano con il fazzoletto, spesso anche se si erano sedute davanti alla porta di casa: tutte cattoliche di ferro? O forse era tradizione? Parliamo troppo con una visuale limitata dai paraocchi che gli ultimi anni di campagne anti qualcosa ci hanno imposto. Liberiamocene!

  • Condivido sostanzialmente il riconoscimento dei meriti al direttore del Museo Egizio. Vorrei sottolineare l’inopportunità dell’intervento della Meloni (una promessa di ingerenza indebita in un Museo che non è neppure statale) il tutto con fini propangandistici per compiacere l’elettorato più retrivo, ignorante e xenofobo.
    Quanto all’appunto fatto al Dr. Greco per aver per aver approvata un’immagine di promozione dell’iniziativa che raffigura una donna con l’hijab, condivido in toto il commento di Francesco Postiglione che mi ha preceduto. L’immagine di una giovane coppia sorridente, lei che indossa un copricapo tradizionale, lui a capo scoperta mi sembra che rappresenti un messaggio immediato per far capire al primo sguardo chi può fruire dell’iniziativa, preferibile ad una sola scritta che individua a quale categoria di persone essa è diretta. Eccedere col politically correct, invece dare un messaggio di eguaglianza, sorte l’effetto contrario: sottolinea le differenze. Vorrei sapere, per esempio, che cosa ne pensano gli interessati: se i ciechi preferiscono essere chiamati non vedenti, i sordi non udenti e così via.

  • Condivido completamente, vorrei anche aggiungere che il velo è simbolo della soggezione della donna al maschio padrone, purtroppo spesso accettato e giustificato da molte donne stesse: dobbiamo cogliere ogni occasione per rompere questo tabu’, aiutando le donne islamiche ad affrancarsi anche attraverso la forza delle immagini che parlano più di molte parole.

  • Sono felice di leggere che la maggioranza degli intervenuti plaude – con diverse sfumature – all’iniziativa del Museo Egizio e alla sua presentazione.
    Vorrei tanto anch’io che i progressisti (in questo caso Cinzia Sciuto, così intelligente e garbata) riuscissero ad essere contenti delle cose buone che fanno, quando le fanno.
    Guardiamo i conservatori e i populisti: loro non si processano mai, e vivono soddisfatti e riposati.
    Leggo abbastanza spesso opinioni contrastanti di progressisti musulmani, perfino di femministe musulmane, sull’indossare il velo; veramente vogliamo essere noi – storicamente estranei alla questione – quelli che lo risolvono, qui e subito?
    Una composizione fotografica più affollata e varia sarebbe stata certo meglio bilanciata, ma anche molto diluita; e dunque meno efficace come immagine pubblicitaria.
    Per inciso, la giovane signora col velo morbido nella fotografia mi ricorda la signora pro-Rettore di un’Università della Malaysia che venne in visita ufficiale all’Università di Palermo qualche anno fa. Era la capo-missione, con due colleghi maschi a completare. Sfido chiunque ad affermare che questa docente era una donna subalterna…
    Ora svincoliamoci da questo elegante dibattito e pensiamo a cose più gravi. Chi di noi p.es. sa (con dei dati) se in Italia non si eseguono clandestinamente – nelle famiglie immigrate da certi Paesi – interventi di mutilazione genitale?
    Forse questo è un argomento troppo sconvolgente? E’ più riposante discutere di veli, o meglio ancora di “sindache, sindachesse e ministre”?

  • Apprezzo l’articolo.
    Contesto unicamente il “cavillo” dell’hijab.
    Se raffiguravano la mussulmana senza hijab nella sostanza cosa cambiava.
    Per piacere non facciamoci seghe mentali.

  • La risposta del Museo Egizio mi sembra ragionata, degna dell’Istituzione della quale stiamo parlando, con i suoi quasi due secoli di storia.
    Ma anche se non lo fosse, sinceramente io avrei rinunciato a replicare. Non è elegante volere avere sempre l’ultima parola, e non è nemmeno costruttivo: perchè la prossima volta un interlocutore o contraddittore non risponderà nemmeno più.
    Nessuno spende sentimenti, intelligenza e tempo nello scrivere una lettera, se le sue ragioni non hanno nessuna prospettiva di essere apprezzate e magari accolte.

  • Scusa, ma se volevano fare un esempio di famiglia araba tipica cosa dovevano mettere: una donna bionda in minigonna? Siamo realistici, dai! Non hanno usato il burqa o il nijab. Un fazzoletto in testa me lo metto anch’io a volte. Mia madre ce l’aveva sempre e non era islamica. Più che simbolo religioso o di sottomissione è un simbolo tradizionale. E anche una comodità se non hai voglia di lavarti i capelli. Mi sembrano questioni di lana caprina.

  • In linea di principio condivido il ragionamento di Animabella, ma l’avrei apprezzato di più se fosse stato attento alla concretezza storica effettiva: un’operazione pubblicitaria va valutata non solo in se stessa, ma anche e soprattutto in base alle finalità che persegue. Porgere una mano leggermente imbrattata di burro è scortese, ma se un signore che mangia un panino la porge a una signora che sta scivolando non mi sembrerebbe il caso di fargli le pulci. Fuor di metafora: quando si tratta di scelte pratiche, la perfezione logica andrebbe misurata con le circostanze effettive. Perciò si critichi pure ma solo a patto di aggiungere ciò che non ho trovato: un’alternativa più credibile e accettabile.

  • Se l’obiettivo del museo era quello di raggiungere il maggior numero possibile di persone di etnia araba, allora l’immagine pubblicitaria avrebbe dovuto raffigurare donne con e senza velo, giovani e anziani. accoppiati e non accoppiati. L’immagine usata è riduttiva nonché discriminante. A marketing, quindi, non ci siamo proprio.

  • Ho apprezzato la sua lettera nei contenuti e nello stile. La risposta della responsabile comunicazione del Museo,una persona dotata certo di cultura, è molto preoccupante perché non è stata in grado di comprendere proprio quanto attiene alla comunicazione.
    Che tutto ciò sia un argomento che si tende a non voler vedere ed affrontare è reso evidente da alcuni commenti e tutto ciò non lascia ben sperare.

  • Anche questa volto concordo pienamente con le tue considerazione e con la tua preoccupazione.
    Purtroppo come tu dici in un passaggio importante della tua replica “Professionisti che però non hanno capito – o fanno finta di non capire – che con la comunicazione, oggi più che mai, si fa politica, persino quando si tratta di pubblicità di prodotti commerciali, figuriamoci quando in ballo ci sono enti di promozione culturale.” Spero di leggerti presto, le tue analisi sono precise ed equilibrate, cosa rara di questi tempi.

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Chi sono

Sono redattrice di "MicroMega" e collaboro occasionalmente con altre testate del Gruppo Editoriale L'Espresso. Ho studiato filosofia e ho scritto "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo e lavoro fra Roma e Francoforte. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it