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MORIRE PER MANO DELLO STATO

Quella che segue è la traduzione italiana della segnalazione uscita su Newsmavens e basata su un articolo di Giacomo Russo Spena uscito su MicroMega:

È uscito da poco in Italia il film che ricostruisce la vicenda di Stefano Cucchi, un giovane fermato dalla polizia il 15 ottobre 2009 e morto 7 giorni dopo per le conseguenze di percosse subite in caserma.

Una storia che ha fortemente colpito l’opinione pubblica nel nostro paese, che ha seguito per anni la vicenda giudiziaria portata avanti con ostinazione e tenacia dalla sorella Ilaria. Stefano è morto mentre era nelle mani dello Stato, per una serie di atti e omissioni, violenza e indifferenza, aggressioni e negligenze che hanno coinvolto poliziotti, giudici, medici.

La storia di Stefano Cucchi non è certo un episodio isolato: Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva sono i casi più noti di una lunga lista di vittime per abusi delle forze dell’ordine in Italia.

Ma la storia di Stefano è per certi versi più angosciante perché non è morto “solo” e direttamente per le percosse subite in caserma, ma per la catena di responsabilità successive: l’impedimento di chiamare l’avvocato e di avvertire qualcuno, le umiliazioni subite, i trasferimenti da un luogo all’altro, il processo farsa in cui viene convalidato lo stato di arresto, l’incapacità dei medici.

L’Italia resta poi uno dei pochi Paesi in Europa senza i numeri identificativi sui caschi degli agenti di polizia, che sarebbero necessarie non solo a tutela dei manifestanti/cittadini, ma anche (e soprattutto) degli stessi agenti: solo rendendo identificabile chi commette degli abusi si impedisce la formazione di nuclei informali, opachi, ideologizzati, il cui comportamento ha poco a che fare con la gestione dell’ordine pubblico. E soltanto lo scorso anno, dopo anni di richiami internazionali, l’Italia ha promulgato una legge che introduce il reato di tortura. Una legge però depotenziata e per nulla soddisfacente.

Nel film – che sta avendo una grande diffusione soprattutto informale e “militante” – c’è una scena che ne racchiude il senso politico: “E tu com’è che sei ridotto così?”, chiede la guardia penitenziaria del carcere di Rebibbia a Stefano vedendone il volto tumefatto. “Sono caduto dalle scale, risponde Cucchi. “Ma quando finirete di raccontare questa storia delle scale?”. “Quando le scale smetteranno di picchiarci”.

I FATTI:

Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri, portato in caserma, perquisito e trovato in possesso di varie confezioni di hashish e cocaina. Viene decisa la custodia cautelare. Il giorno dopo si tiene l’udienza per la conferma del fermo in carcere. Già durante il processo ha difficoltà a camminare e a parlare e mostra inoltre evidenti ematomi agli occhi; il ragazzo parla con suo padre pochi attimi prima dell’udienza ma non gli dice di essere stato picchiato.Nonostante le precarie condizioni, il giudice fissa l’udienza per il processo.

Dopo la prima udienza i familiari cercano a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere, le condizioni fisiche di Cucchi, senza successo.

Dopo l’udienza le condizioni di Cucchi peggiorano ulteriormente, e viene visitato all’ospedale Fatebenefratelli presso il quale vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (inclusa una frattura della mascella), all’addome (inclusa un’emorragia alla vescica) e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale). Viene quindi richiesto il ricovero che però non avviene per il mancato consenso del paziente.

In carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente; Stefano muore all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009: al momento del decesso, Cucchi pesa solamente 37 chilogrammi.

La famiglia ha notizie di Cucchi quando un ufficiale giudiziario si reca presso la loro abitazione per notificare l’autorizzazione all’autopsia.

Inizia una lunga vicenda giudiziaria che ancora non è conclusa. Dopo le prime assoluzioni infatti, Su espressa richiesta dei familiari, nel settembre 2015 la Procura della Repubblica di Roma riapre un fascicolo d’indagine sul caso.

Cinque carabinieri sono stati rinviati a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità.

 

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Chi sono

Sono redattrice di "MicroMega" e collaboratrice del portale europeo "Newsmavens.com". Ho studiato filosofia e ho scritto "Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo" (Feltrinelli, 2018); "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo e lavoro fra Roma e Francoforte. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it