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Se il velo diventa una moda

Quella che segue è la traduzione italiana di una segnalazione uscita su: Newsmavens

Il corpo delle donne è un luogo su cui tutte le ideologie patriarcali e misogine, con il costante sostegno delle religioni, hanno da sempre esercitato il loro potere. Come scrivono le attiviste delle Femen Inna Schevchenko e Pauline Killier in “Anatomie de l’oppression” (Paris, 2017), non c’è parte del corpo delle donne su cui il patriarcato, con l’ausilio delle religioni, non abbia esercitato la sua oppressione: capelli, cervello, occhi, bocca, cuore, seno, ventre, mani, organi sessuali, piedi.

Uno dei modi più diffusi di oppressione del corpo delle donne è l’obbligo di coprirlo, copertura che può prendere le forme più diverse, da quella quasi simbolica di un leggero velo appoggiato sul capo (i capelli hanno sempre rappresentato in molte culture un elemento di seduzione da coprire) fino alla copertura integrale con il burqa.

Dietro i diversi “veli” più o meno pesanti, più o meno coprenti, calati sul corpo delle donne c’è dunque una lunga e complessa storia di oppressione, che attraversa le epoche e le culture e che non si può far finta di ignorare. Storia che purtroppo non è relegata al passato: ancora oggi in diversi paesi le donne sono obbligate a coprirsi in diversi modi, con conseguenze pesanti – che vanno fino all’incarcerazione e alle pene corporali – se non lo fanno adeguatamente. E da anni le donne iraniane, per esempio, scendono per strada senza velo per rivendicare la loro libertà.

Ecco, a queste donne che rischiano quotidianamente la loro stessa vita che effetto può fare la mostra “Contemporary Muslim Fashions” che si è da poco aperta al Museo di arte contemporanea di Francoforte e che riduce veli, niqab, burqa a meri capi d’abbigliamento come tanti altri? Oggetto non di una mostra storica o di un convegno sui diritti delle donne ma di una sfilata di moda? Se lo chiede Mina Ahdi, attivista iraniana da quarant’anni in esilio in Germania, presidente del Consiglio degli ex musulmani in Germania, con una lettera aperta agli organizzatori della mostra: “La velatura è il marchio di una ideologia misogina che in Iran e in Afghanistan, in Somalia e in Sudan viene imposta con la prigione e la tortura. Un movimento che anche in Europa e in tutto l’Occidente, grazie a moschee e organizzazioni islamiche, non di rado collegate ai regimi islamici, impone il velo persino alle bambine. (…) Se la moda e l’arte contemporanee sono ancora sfiorate da un alito di umanesimo, esse dovrebbero mostrare la lotta, la vera e propria guerra, che le donne in Iran, in Afghanistan, in Arabia Saudita e altrove stanno conducendo contro questa “moda” ”.

Forse le istituzioni culturali dovrebbero riflettere sulla loro missione: sostenere le battaglie di libertà delle donne in tutto il mondo o i profitti delle multinazionali della moda che lucrano sui nostri corpi?

I FATTI

  • si è inaugurata lo scorso 4 aprile al Museo di arte contemporanea di Francoforte la mostra Contemporary Muslim Fashions che così viene descritta sul sito del Museo: “From haute couture to streetwear to sportswear: the market for Muslim fashion is growing by leaps and bounds worldwide. Contemporary Muslim Fashions is the first major exhibition ever to explore the phenomenon of contemporary Muslim fashion.”
  • la mostra arriva per la prima volta in Europa, dopo essere stata realizzata al Fine Arts Museums of San Francisco
  • il Consiglio degli ex musulmani in Germania, con una lettera aperta, ha invitato gli organizzatori a annullare la mostra, che offende tutte quelle donne per le quali il velo e le altre forme di copertura del copro imposte dalla tradizione sono una forma di oppressione e che stanno lottando nel mondo per liberarsene.
  • Diverse sono state le altre voci critiche. Per Seyran Ates, avvocata e fondatrice della mosche liberale di Berlino (dove uomini e donne pregano insieme, dove ci sono anche imam donne e dove anche gli omosessuali sono i benvenuti) “Il velo non ha nulla a che fare con l’individualità e la diversità ma è la bandiera dell’islam politico. Mostre come queste fanno il loro gioco”. Per Inge Bell di Terres de Femmes “il velo non può essere considerato un accessorio, semplicemente perché non lo è. Questa mostra è uno scandalo, uno schiaffo a tutte le ragazze e le donne che nel mondo che vorrebbero togliersi il velo ma non possono”.
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Chi sono

Sono redattrice di "MicroMega" e collaboratrice del portale europeo "Newsmavens.com". Ho studiato filosofia e ho scritto "Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo" (Feltrinelli, 2018); "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo e lavoro fra Roma e Francoforte. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it