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Se la sinistra confonde l‘antirazzismo con la difesa dell’islam

L’articolo “Care sardine, non si risponde alla croce con il velo” ha suscitato, come era prevedibile, moltissime reazioni, commenti, critiche. Anche qualche anatema, per la verità, come quello lanciato da Igiaba Scego su Twitter, dove ha definito il mio articolo “patriarcale” senza entrare nel merito, ma limitandosi a “segnalarlo alle sorelle di nonunadimeno” (testualmente). Al mio invito ad argomentare il suo giudizio e anche a parlarne in un incontro pubblico è seguito finora un religioso silenzio. 

Queste reazioni (tra cui alcune molto articolate argomentate, come quelle di Giovanni Perazzoli e Fernando D’Aniello) erano tutto sommato abbastanza prevedibili perché quello della laicità ma, soprattutto, quello del rapporto con l’islam è un nervo scoperto della sinistra. E perché lo è? Perché l’islam è una delle religioni minoritarie nel nostro paese, praticata perlopiù da stranieri o da figli di stranieri (anche se sono sempre di più gli italiani convertiti) e, nella pigrizia culturale e politica in cui siamo immersi, la difesa degli immigrati (uno dei cardini del movimento delle Sardine è proprio l’antirazzismo) si traduce ipso facto nella difesa dell’islam. 

Il mio articolo suggeriva invece che è non solo possibile, ma anche doveroso, scindere le due cose: i migranti vanno accolti e i loro diritti difesi a prescindere dalla loro fede, e non in nome della loro fede. Così come vanno difesi a prescindere da qualunque altra considerazione: se sono belli o brutti, simpatici o antipatici, persino se sono onesti o criminali. Vanno dunque riconosciuti non in quanto membri di un gruppo, esponenti di una comunità, rappresentanti di una fede, ma in quanto persone. Il che significa che per accogliere e difendere te come persona non è necessario accogliere e difendere tutte le tue credenze, i tuoi valori, le tue tradizioni, le tue convinzioni ecc. Sono semplicemente due piani distinti. 

Questa capacità di analisi (nel senso etimologico e filosofico del termine, ossia di scomposizione di una realtà complessa nei suoi diversi elementi) la utilizziamo ogni giorno in diversi ambiti, e non ci crea particolari problemi. Se siamo di sinistra, per esempio, difenderemo i diritti dei lavoratori a prescindere dalle loro convinzioni politiche e, di fronte a un lavoratore fascista, non ci verrà in mente che per difendere i suoi diritti in quanto lavoratore si debba anche accogliere la sua fede politica. Siamo capaci di analisi, di distinzione. Quando invece si tratta della difesa dei diritti degli stranieri questa capacità collassa e, per essere sicuri di stare dalla parte giusta, si crea un corto circuito fra la difesa dei diritti delle persone e la difesa delle loro tradizioni e convinzioni religiose. Che invece vanno trattate – soprattutto se vogliamo riconoscere queste persone come soggetti a pieno titolo – esattamente come le tradizioni e le convinzioni religiose di chiunque altro. 

È evidente non solo la buona fede, ma anche le ottime intenzioni di chi ha voluto Nibras Asfa sul palco, ma per rendere visibile l’antirazzismo del movimento e mandare un segnale di accoglienza e di apertura la scelta sarebbe potuta cadere su tantissime altre figure. Per esempio anche su una delle tante donne musulmane che ogni giorno provano a toglierselo il velo, subendo pressioni e bullismo che chi non ne ha esperienza diretta difficilmente può immaginare. Perché, se naturalmente è vero che siamo in Italia e non in Iran, è anche vero che esistono tante “piccole Iran” anche da noi, e non solo tra i musulmani naturalmente. Non c’è dubbio che alcune delle donne musulmane che indossano il velo in Italia si sono viste e riconosciute in Nibras, ma allo stesso tempo coloro che invece vivono (o hanno vissuto, si veda la lettera di Atussa Tabrizi) situazioni di subordinazione e sottomissione hanno visto per l’ennesima volta quello che per loro è il simbolo della propria oppressione issato a vessillo di libertà (e no: non ho scritto che tutte le donne che indossano il velo sono sottomesse, rileggete). Sono scelte, ognuno fa le sue. 

L’argomento dell’articolo da cui è partita questa discussione non era il velo in sé, ma l’opportunità della sua presenza sul palco (sul palco, non genericamente alla manifestazione) delle sardine. Ma naturalmente non voglio sottrarmi a una discussione sul merito del velo. Mi spiace che le donne musulmane che indossano il velo non si rendano conto del fatto che vengano spesso sfruttate come “figurine lavacoscienza”: prendiamo una musulmana, rigorosamente col velo, e il nostro pedigree di antirazzisti è certificato. Di fronte alla complessità che quel velo letteralmente copre – e che va oltre la singola persona che lo indossa – si fa spallucce, tanto il nostro lo abbiamo fatto. “Ho un’amica che porta il velo” è diventato il nuovo “Ho un amico gay”. Perché Nibras è stata scelta non a prescindere dal suo velo, ma esattamente perché indossa il velo: se non lo avesse indossato, non sarebbe salita su quel palco. 

La questione del velo viene molto spesso ridotta a quella della sua libera scelta. Se il velo è scelto liberamente, si dice, dove sta il problema? Ma ci sono una infinità di comportamenti che sono “liberamente scelti” e che tuttavia confliggono con una visione laica e progressista. Anche chi indossa il cilicio lo fa liberamente, ciò non toglie che io possa – senza mettere in discussione il suo diritto di portarlo – criticare questa pratica come una inutile mortificazione del corpo (e no, non sto paragonando il velo al cilicio, sto usando un altro esempio per dimostrare che l’argomento “ma se lo fa liberamente, che problema c’è” non funziona). A chi poi liquida la questione dicendo che il velo “è un semplice pezzo di stoffa” si potrebbe rispondere banalmente: ah certo, anche il crocefisso è un semplice pezzo di legno (e anche qui: non sto equiparando croce e velo, lo so anche io che svolgono ruoli diversi, ma, di nuovo, ricorro a un altro esempio per dimostrare il non sequitur di un ragionamento). Se si discute del velo è esattamente perché esso non èun semplice pezzo di stoffa, ma ha una lunga e complessa storia di significati (non legati solo all’islam ma presenti in quasi tutte le religioni, sicuramente in tutte e tre quelle monoteiste. Alla questione ho dedicato alcuni paragrafi del mio “Non c’è fede che tenga”, Feltrinelli 2018, al quale rimando per approfondimenti). 

Naturalmente ciascuno è liberissimo di “risignificare” i simboli come crede, ma nel farlo non può ignorarne la storia e il messaggio che essi trasmettono a prescindere dalle proprie intenzioni personali. E ci sono alcuni significati legati al velo che sono indiscutibili: la segregazione di genere (non mi risultano maschi che indossino il velo); la modestia (accentuata dal resto del dress code che in taluni casi accompagna il velo), la sottomissione (a Dio o a un uomo, a seconda dei casi). Possiamo anche metterla in altri termini: anche ammettendo che per alcune donne dietro, o sotto, il velo non ci sia nulla di tutto questo, nessuno può negare che in gran parte del mondo musulmano ma anche per molte donne musulmane in Occidente ci sia invece soprattutto questo. Decidere di rappresentare le prime, significa scegliere di ignorare le seconde. 

E per concludere: no, tutto questo non significa affatto voler escludere qualcuno dal movimento o addirittura dalla partecipazione alla vita democratica del paese. Certo che tutte e tutti sono benvenuti in una piazza a manifestare, con o senza velo, come pure con o senza cilicio. Mi piacerebbe però vivere in una società in cui poter liberamente esprimere la mia opinione sulle scelte politiche di un movimento senza subire ricatti morali.

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Chi sono

Sono redattrice di "MicroMega" e collaboratrice del portale europeo "Newsmavens.com". Ho studiato filosofia e ho scritto "Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo" (Feltrinelli, 2018); "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo e lavoro fra Roma e Francoforte. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it