Politica

Proteste, il boomerang della violenza

Proteste, il boomerang della violenza

«Black bloc attaccano la polizia per cercare di arrivare vicino al Parlamento, poi devastano la zona di via del Corso», repubblica.it
«Black bloc scatenati», corriere.it
«Guerriglia a via del Corso: arrivano i black bloc», unita.it

Tutta colpa dunque di quei cattivoni dei black bloc che vengono a rovinare una pacifica protesta? Non credo (come del resto emerge anche dalla cronaca dei fatti pubblicata su micromega.net). Credo piuttosto che gli studenti (e tutti gli altri manifestanti) legittimamente incazzati per il loro (e nostro) futuro negato sono incapaci di inventarsi forme di protesta efficaci e pacifiche. Mi si dirà: sei è proprio un’anima bella. Lo so, ma ormai ho superato da un pezzo il complesso.

Le proteste che sfociano in atti violenti hanno due importanti effetti negativi: il primo è inimicarsi una grandissima fetta di opinione pubblica che invece finora ha simpatizzato con studenti, ricercatori, terremotati, precari, immigrati ecc; il secondo è tagliare fuori dalla protesta tutte quelle persone che non se la sentono, non hanno voglia, non pensano sia giusto utilizzare strumenti (più o meno) violenti. Qualcuno dirà: persone che non hanno il coraggio. Bene, ma anche i pavidi hanno il diritto di essere incazzati e di manifestare il proprio dissenso: o la protesta è prerogativa di chi ha il coraggio (?) di spaccare una vetrina o lanciare una molotov. Io quel coraggio non ce l’ho, e vado fiera della mia pavidità, se di questo si tratta.

Si tratta di due errori gravissimi, sia sul piano etico-politico che strategico. Sul piano etico-politico, è una visione fondamentalmente antidemocratica quella che pretende di imporre su un movimento spontaneo, articolato, ricco di espressioni diverse la modalità (e l’estetica) della guerriglia. Quando mi è capitato di partecipare a manifestazioni in cui qualcuno (di solito una piccolissima minoranza) decideva arbitrariamente di interpretare la volontà generale bruciando bandiere, spaccando vetrine o semplicemente imbrattando con la vernice i muri della città mi sono sempre sentita espropriata del mio diritto al dissenso. Sul piano strategico, è fin troppo facile prevedere che gli atti violenti – di solito ascrivibili a una minoranza di manifestanti – monopolizzano l’attenzione dei media, distogliendo completamente dalle motivazioni e dalle ragioni della protesta e dando agli avversari argomenti critici molto forti ed efficaci. Insomma, un vero e proprio boomerang.

Infine, siamo  sicuri che sia così difficile trovare forme di protesta allo stesso tempo pacifiche ed efficaci? Non mi pare proprio. I radicali, con tutte le loro proteste non violente (dagli scioperi della fame alla disobbedienza civile) sono maestri in questo. E negli ultimi mesi abbiamo avuto molti esempi: gli immigrati sulla gru a Brescia, gli stessi studenti sui tetti, il popolo viola che agita le agende rosse di Borsellino per contestare Schifani. Non si può certo dire che non siano state proteste mediaticamente efficaci. Di certo, più creative.

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4 Commenti

  • Cinzia non ci siamo, eppure è l'ABC della democrazia. I movimenti sono l'espressività che rinnova le istituzioni nella dinamica sfida-risposta. Quando ciò si blocca (per marginalizzazione o criminalzzazione) è un vulnus alla democrazia. Ma tu sembri pensare solo al bon ton di piazza. Se questo fosse il cuore del problema non ci sarebbe stata la presa della Bastigla o sarebbe stata solo violenza la protesta dei camalli genovesi che fecero cadere Tambroni (anche gettando le camionette dei celerini di Scelba nella fontana di piazza De Ferrari). PFP

  • Con ordine:
    «I movimenti sono l'espressività che rinnova le istituzioni nella dinamica sfida-risposta». Tutti i movimenti? Sempre? Qualunque forma assumano?
    «Quando ciò si blocca (per marginalizzazione o criminalizzazione) è un vulnus alla democrazia». Ma questo «blocco» può avere anche altre (con)cause: l’autodistruzione e l’incapacità soggettiva del movimento di aggregare un consenso maggioritario, per esempio.
    «Ma tu sembri pensare solo al bon ton di piazza».
    Io rivendico il valore politico di quello che tu chiami bon ton e io preferisco chiamare rispetto delle regole, al limite dell’esasperazione formalista, tenendolo come punto fermo fino a quando le condizioni lo permettono. Non sostengo la tesi della non violenza senza se e senza ma (se i migranti eritrei attualmente ostaggi nella penisola del Sinai riuscissero ad organizzare una rivolta e a massacrare i loro aguzzini non sosterrei mai – e credo che non lo sosterrebbe nessuno – che avrebbero dovuto fare un sit in e usare la moral suasion. Gli esempi potrebbero essere ovviamente mille). Certo si può discutere se in Italia queste condizioni ci siano ancora. Io penso che – forse ancora per poco – ci sono.
    Infine, se vogliamo invocare l’auctoritas della storia, perché non citare la rivolta di Martin Luther King e Rosa Parks?

  • La violenza sociale è sintomo (inquietante) dell'incapacità di un sistema politico di integrare la protesta. Io credo che, focalizzati sugli effetti, perdiamo di vista le cause: in sostanza il cortocicuito di democrazia in cui siamo prigionieri. Che – appunto – sta portando alla pazzia una soggettività essenziale come quella studentesca. Credo occorra capire e ricondurre alla politica le reazioni di chi non trova sponde nelle istituzioni per le proprie legittime istanze. Piu' che fargli la morale. PFP

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Chi sono

Sono caporedattrice di "MicroMega". Ho studiato filosofia e ho scritto "Non c'è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo" (Feltrinelli, 2018); "La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica" (Mimesis edizioni, 2015). Mi occupo principalmente di diritti civili, laicità e femminismo. Vivo a Francoforte sul Meno. Per contattarmi potete scrivere a cinziasciuto@animabella.it

Ich bin Journalistin und Autorin. Ich habe in Rom und Berlin Philosophie studiert und an der Sapienza Universität in Rom promoviert. Ich bin leitende Redakteurin bei der italienischen Zeitschrift für Philosophie und Politik „MicroMega“ und schreibe auch für einige deutschen Medien, u. a. "Die Tageszeitung" und "Faustkultur". Auf meinem Blog „animabella.it“ schreibe ich zu Säkularismus, Frauenrechten, Multikulturalismus und Fragen der Bioethik. Ich habe zwei Bücher geschrieben: "Die Fallen des Multikulturalismus. Laizität und Menschenrechte in einer vielfältigen Gesellschaft" (Rotpunktverlag, 2020; Originalausgabe auf Italienisch Feltrinelli 2018) und „La Terra è rotonda. Kant, Kelsen e la prospettiva cosmopolitica“ (Mimesis Edizioni, Milano 2015). Ich lebe mit meiner Familie in Frankfurt am Main.

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